Non è finita

Non ho abbandonato il mio posticino preferito, quello che funge da recipiente per i miei pensieri. L’ho solo trasferito, qui.
unamagnolia nasce dal nulla in un pomeriggio afoso, mentre fissavo gli alberi nel giardino dalla finestra e mi domandavo come fosse possibile sentirsi così indifferenti verso la vita.

Poi ci ha pensato una canzone a cambiare le cose. Vi aspetto di là.

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Falling down

Quando cado
una parte di me resta
l’altra di buio s’infesta

ho bisogno di un’ossessione
quella che ho per la mia dimensione
forse farei meglio a chiamarla fiducia
in ció che dentro di me brucia

ho bisogno della confusione
quella che mi hai lasciato giù al portone
quando hai detto che volevi fosse tutto a posto, e avevi ragione

ora che non ti ho più il mare è sereno
e con la tua assenza non mi avveleno
perchè è legittimata
e proprio come credevo
io penso sempre di completarmi, sì
e invece sottraggo pezzi alla mia integrità
alla mia verità

se voglio sopravvivere posso solo desistere
per l’incombenza dell’esistere
quando cado
accado

Amore e altre pippe mentali

La verità è che vorrei parlare dell’amore che non ho e non ci riesco perchè non ce l’ho. Le persone, generalmente, riescono a parlare di cose anche scrutandole solo da lontano e senza necessariamente averle toccate. Si avvicinano con la mente all’oggetto, lo sfiorano e poi fuggono! E descrivono, perlopiù, nei loro discorsi, la bellezza della scomparsa della flebile connessione mentale con ciò che non hanno mai posseduto realmente. Io non so farlo con nulla, figuriamoci con l’amore.

Ma forse io l’amore in corpo, come fluido che scorre, non ce l’avrò mai. Lo vedrò solo come un lampo che non esplica il suo tuono. Parlo di quel lampo che illumina stanze intere e che non noterai mai senza occhi aperti. Certo, potrei anche accontentarmi. Ciò significherebbe però fare a meno dell’amore perchè con l’amore ci si sazia, non ci si fa lo spuntino. Forse però io sogno troppo. Immagino sempre che un giorno, qualcuno tiri fuori i miei perchè e non mi aiuti a cercare risposte ma mi mostri che sia così semplice vivere da non aver più bisogno di rispondere per respirare, da non aver più bisogno di morire per rinascere.
Non sto parlando di cos’è l’amore. Credo di star parlando di cosa sia l’amore dentro di me. E’ un germe immobile, e fin quando rimarrà tale non potrò viverlo. Ma in cosa ha bisogno di trasformarsi un germe per diventare ciò che vorrei diventasse? Forse in nulla. Forse dovrebbe semplicemente infettarmi, indurmi alla dipendenza e quindi cercare un antidoto, o un altro malato. Non so neanche cosa sia questa dipendenza, questa infezione.

Conosco solo l’attrazione fisica e mentale e sono totalmente incapace di provarle assieme. So con chi farei l’amore, quello fisico, so con chi parlerei per ore. Eppure non so mai con chi amerei. Forse non avendo mai amato, penso che ciò a cui porti il sentimento sia amare assieme, in due e non amarsi l’un l’altro. Oppure potrebbe essere proprio così.
Ho paura anche solo di rifletterci. Che poi alla fine, amare assieme cosa? L’essere veri, in carne ed ossa e il toccarsi, il congiungersi, l’apprezzare le parti ruvide della pelle fino a reputarle lisce, l’annegare nel buio e non avere mai paura della sua infinità. Parlo a vanvera ma nel caso qualcuno abbia riconosciuto considerazioni almeno parzialmente giuste, beh, può farmi un cenno.

Non voglio essere affamata di sola carne come tutti. Voglio aver fame di parole difficili da pronunciare, di spasmi per l’incertezza e l’inconsapevolezza e voglio aver fame di sudore dopo il coraggio di aver parlato nel cuore di chi volevo ascoltasse. L’uragano di sensazioni che mi aspetto mi fa apparire sempre molto ambiziosa agli occhi delle persone che hanno sempre affrontato solo un pò di pioggia. E a volte grandine. Ma è normale.

Sailing down the river alone

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Ho fatto tutto da sola da quando ho capito che il peso di me stessa non posso lasciarlo sostenere a nessuno. Il tempo mi ha screpolato le mani come faceva quel sapone poco rispettoso del pH della mia pelle. E’ stato severo, ingiusto, arido e sfacciato. Spesso ho pensato di dover necessariamente mandare tutti i frutti degli sforzi in fumo per indurlo a rallentare e ad essere più clemente ma non mi ha cagata di striscio. Alla fine sono sempre qua, con tutti i pezzi di carta che ho stracciato. Ho preso fogli nuovi. Tutti bianchi. Ancora.

Ho provato a scrivere più e più volte. Ho cambiato fogli, penne, occhiali, personalità, colore dei capelli, giudizio. Non sono mai riuscita a scrivere una parola. Ora è diverso solo perchè mi sento più coraggiosa e più pronta ad affrontare il fatto che non sempre riesco ad essere chiara a me stessa. Mi ha dato fastidio che il fiume io l’abbia dovuto percorrere da sola, che io abbia dovuto assorbire tutta l’umidità delle intemperie e respirare un’aria che non mi apparteneva con l’aspirazione a volerla nei polmoni per sempre e con la consapevolezza di dover smaltirla durante il viaggio verso casa. Sembro un fottuto meteorologo.
E’ stato difficile svegliarmi e allacciarmi le scarpe la mattina per circa un mesetto. Ho avvertito quella sensazione di spossatezza tipica di chi è depresso e/o stanco di correre. Io non ho corso mai, però. Ho sempre e solo avuto la sensazione di stare correndo e ho fatto in modo che tutti gli altri lo percepissero e avessero tipo… pietà di me.
Il modo in cui sono arrabbiata con me stessa non può essere descritto. Ho lasciato che tutto mi capitasse, ho dato il permesso a chiunque di toccarmi, non mi sono protetta più. L’illusione che io stessi correndo mi faceva sentire intoccabile ma alla fine tutti mi hanno sfiorata e io ho innalzato il mio stupido trofeo senza un reale motivo e senza che neanche mi fosse dovuto. Il mio trofeo è la convinzione.

Quando sono in macchina con mia madre metto sempre in play la stessa canzone: Listen Up degli Oasis. Non lo faccio mica per me! Lo faccio per lei, perchè spero sempre che possa parlarle al posto mio di me e dei miei sogni, delle mie ambizioni, di quello che vorrei fare per me e per la mia maturità. Lo faccio perchè quando il tizio comincia a cantare sembra che abbia il mio cuore al posto del suo e quindi i suoi battiti e la loro velocità sono uguali ai miei. Ha gli stessi brividi che ho io quando sente la speranza che qualcun altro legga se stesso tra le righe della sua canzone espandersi nel petto, secondo me. Tanto i brividi non cambiano mai. Anche nel 1994 erano così, forse.
La gente non mi ascolta più da circa 3 anni. Parlo da sola, parlo a me stessa. Tutto quello che penso è compresso e  diventa un groviglio che non riesco a trasformare nemmeno in parole. E quindi non scrivo più.
Quando sono in macchina con papà, invece, metto in play solo le canzoni anni 70/80 che piacciono  a lui. Non lo faccio mica per lui, però! Lo faccio per me. Sembra che ascoltandole io mi convinca di avere l’età di mio padre e le sue spalle larghe e mi sento meglio. Mi sento più vicina alla pace. Dei miei anni ne parlano tutti male. Dicono che siamo in guerra e che la generazione è bloccata e mentalmente sterile. E allora io che ne faccio parte mi sento in dovere di distaccarmene almeno per 10 minuti. Bastano e avanzano perchè, da masochista quale sono, voglio subito tornare a farmi mancare gli anni che non ho mai vissuto.
Dato che nessuno prova più niente di concreto e fondamentalmente neanche io, mi diverto a ricevere i duri colpi dell’impossibilità di riprodurre realtà passate. A cosa mi sono ridotta?

Quando sono in macchina da sola io la musica la metto comunque perchè dato che al casino che ho nel cervello non potrò mai dare un ordine, ne approfitto per disordinarlo ancora di più. Tanto il disordine un senso ce l’ha. Mi piace tipo ascoltare cose che credo e spero di aver già ascoltato prima di nascere perchè mi portano ricordi di posti che credo e spero di aver già visitato prima di nascere. Insomma di questo presente mi piace solo il fatto che vivo, la modalità la detesto. Il difetto delle persone come me è quello di crogiolarsi nella staticità delle situazioni. Il pregio è quello di riuscire ancora a provare paura di rimanere fermi per sempre. Per questo ho una playlist infinita.

Credo che la cosa che ami di più al mondo sia suonare la chitarra all’aperto. Non ho mai paura di nulla quando lo faccio. Non ho paura neanche delle api durante le giornate calde!
E sembra che io voglia spontaneamente che il sole mi illumini o che la pioggia mi bagni senza pensare alle conseguenze. Un pò come quando amo. Io mi inchino alla potenza del mondo, io non sono onnipotente. Io sono ancora una che vive.

Some might say

 

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Alcuni potrebbero dire che siamo persone strane, che con il coraggio che usiamo per metterci a nudo e mostrare i lati più particolari del nostro essere potremmo fare cose ben più costruttive. Tipo omologarci. Ma noi non lo facciamo.

Alcuni potrebbero dire che spaventiamo chi ci sta vicino perchè tendiamo a sottolineare tutte le sfumature della vita, anche quelle che andrebbero ignorate. Ma da quando in qua esistono sfumature della vita da ignorare? Alcuni potrebbero dire e di conseguenza ficcarci in testa con prepotenza che non valiamo perchè loro non temono gli avversari forti, bensì quelli con l’anima pura, sulla quale puoi scriverci km di storie e sapere che il candore emanato da ogni sua singola molecola ne proteggerà l’autenticità.
Alcuni potrebbero dire di averci usato, spudoratamente, senza riguardo verso di noi e del nostro vissuto, del fatto che non ferisce tanto il gesto quanto l’evidenziare il gesto stesso. Un conto è fare del male e poi chiedere scusa e/o scappare, un altro conto è farlo per l’acido gusto di sbattercelo in faccia. Che nessuno si lamenti quando poi serriamo occhi per non guardare e il cuore per non amare.
Alcuni potrebbero dire di essere fuggiti per difendersi dai propri sentimenti. Lo vengono a dire proprio a noi, che invece dei sentimenti ne facciamo spade e scudi. E ci incazziamo da morire perchè, anche senza fiato e forze, pensiamo sempre che vada la pena combattere.
Alcuni potrebbero dire di considerarci troppo riflessivi, troppo complessati, troppo noi. Un silenzioso invito a piegarci agli standard, a non pensare più, a non ponderare le scelte perchè non tutte sono importanti, a non respirare a pieni polmoni dal momento che nel mondo c’è poco ossigeno.
Alcuni potrebbero dire che abbiamo tenuto persone senza mai dare, senza mai darci e che le abbiamo poi abbandonate perchè fondamentalmente siamo vili, siamo vigliacchi. Noi gli consigliamo di andar via, loro vanno via, lontano. Ed è chiaro, peró, che non conoscano il senso del ritorno dopo un lungo viaggio. Perchè non è detto che si debba per forza partire con lo scopo di restare altrove.
Alcuni potrebbero dire che è colpa nostra e che lo sarà sempre perchè ce l’abbiamo scritto negli occhi che siamo la causa di tutti i disastri. E allora cerchiamo di strapparci gli occhi più volte, non immaginando che avere un cuore che batte nelle pupille ci rende solo artefici, mica colpevoli.
Alcuni potrebbero dire che amiamo troppo la musica e ciò ci distacca dalla realtà, altri che siamo fissati con una determinata band. Sono le stesse persone che soffrono di tossicodipendenza o di manie di protagonismo o di chiusura mentale acuta. Guai se la diagnosi la fai a loro però, eh. Poi gli diventi invidioso.

Alcuni potrebbero dirci come vivere la nostra vita non essendo minimamente informati a riguardo. Ci propineranno consigli da manuale, ci invoglieranno a comportarci in un certo modo, ci esorteranno a migliorare ogni giorno proprio come fanno loro. In risposta, io, gli direi di volare via e di raggiungere mete che non hanno mai conosciuto tipo la corteccia cerebrale. Ma così è troppo poco stiloso e poi il soggetto non sono solo io…
Facciamo così.
Gli diciamo che non abbiamo bisogno di lezioni private, piuttosto di lezioni personali. Di quelle che ricaviamo dopo un rifiuto o dopo aver toccato la morte con un dito. E quelle possiamo procurarcele anche da soli. Costeranno molto di più ma avranno il quintuplo del valore.

Alcuni potrebbero dire che troveremo un giorno più luminoso, ma questa è un’altra storia. E a raccontarvela ci pensa qualcun altro, per ora. 

don’t look back cause you know what you might see

Io non fuggo, mi allontano. Tu scappi e, nonostante non sia nei tuoi piani, lasci strascichi. Io li raccolgo tutti con l’intenzione di gettarli senza immaginare che mi perseguiteranno per sempre. Cammino sulle orme di chi mi saccheggia perchè io non saccheggio mai. Provo a sovrappormi a passi passati, reinvento il rumore della corsa di chi, andando via, mi risuona dentro, mi rimbomba dentro. Torno sul luogo in cui mi sono ritrovata a non possedere più parti di me. Le rivoglio indietro e non so neanche perchè. Tanto le ho date. Ma solo perchè ho accordato il permesso di chiedermele. Anche se in realtà non sono una tipa da restrizioni! Mi fanno sentire ridicola. Amo ancora fidarmi degli altri, amo ancora pretendere spiegazioni, amo ancora pensare a ciò che è stato e amo ancora prendere la vita tra le mani e sentirla mia. In questo modo, in questo mondo, inciamperò spesso ma conserverò le pietre che mi hanno consentito la caduta. Nessuno fa più così? Nessuno si rialza più?

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Born on a different cloud

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Vogliamo parlare dei miei sbagli? Probabilmente non sono neanche così tanti. Sono solo… stupidi. E il che li rende imperdonabili. La banalità del mio errore non mi fa dormire la notte e, se dormo, sogno di sbagliare meglio, più forte, in modo più ragionato e concreto. E sudo, pensando alla vastità di azioni che avrei potuto compiere e parole che avrei potuto utilizzare per evitare di chiudere totalmente le porte al Giusto e di farlo aspettare lì, nel suo senso di incompiuto. Perdo il filo del discorso, del pensiero, del taciuto, dell’astratto. Mi confondo e guardo il cielo. Va addirittura peggio: non potendo fare lo zoom con gli occhi, lo faccio con l’anima. Puntualmente l’azzurro mi riflette e assieme a me riflette anche le mie cose non giuste. Che colpa ho io se gli errori bussano alle spalle e mi sembra di sentire il mio cuore che batte? Considerando ció non posso rimproverarmi: come si chiede al cuore di battere a un ritmo diverso? Come posso chiedermi di sbagliare meglio?

Io non voglio sbagliare più. Chiederò a Babbo Natale che non voglio sbagliare più. Sono davvero stufa. Oggi ho augurato a tutta la mia generazione d’essere una generazione pesante, perchè nel caso in cui non lo fosse si giocherebbe la possibilità di diventare leggera, un giorno. Le mie valigie sono sempre state pesanti: le ho riempite spesso di vestiti che non avrei comunque mai messo giusto per il gusto di trovare qualcosa da abbinare alla pesantezza della mia voglia di fare soppressa più o meno all’altezza della gabbia toracica. Perchè quando cambio posto (anche solo momentaneamente) mi gonfio. Divento colma di cianfrusaglie raccolte per le tortuose strade della vita e non riesco a spiegarmi il costante bisogno di portarmele dietro ovunque. Ho chiesto a tante persone:”Non è che conosciate un modo per smettere di sentire la necessità di conservare per paura di non percepire più nulla?”. Inutile dire che le tante persone siano scappate a gambe levate. Io sono una persona pesante. Spavento. Le persone fuggono da me e non riesco ad impedirglielo, non riesco a esclamare con decisione e fermezza di restare con me perchè “sono solo momenti di smarrimento“. Non lo sono assolutamente!!! Sono parti del mio tessuto epiteliale, della mia retina, delle mie terminazioni nervose, della mia spina dorsale, del mio coccige, della mia rotula, del mio sistema respiratorio. Perchè cazzo dovrei usare simili scuse? Io sono questi momenti.

La mia generazione è già leggera, perchè dentro le valigie porta solo lo stretto necessario e… anche dentro sè. Anzi, sarò più realistica: la mia generazione, dentro, non ha un bel cazzo. Credo davvero che ne vada fiera. Chi ne fa parte non saprà mai come volare. Daltronde non si può spiccare il volo uno sull’altro, tutti ammassati, tutti con le stesse menti, la stessa strada percorsa, tutti con le stesse ali. Io credo di avercele, le mie ali. In realtà vivo con la certezza che un giorno mi spunteranno e che, quello stesso giorno, volare vorrà dire respirare. La loro particolarità è essere simili ai miei occhi: come i miei occhi vedono il mondo, così le mie ali lo percorreranno. In lungo e in largo. Questo mi eccita da morire.

Forse ci ho preso gusto a sbagliare. Forse perchè voglio sapere di più sul mondo, su di me. O forse semplicemente perchè mi piace dare la dimostrazione che, ogni giorno, sono in grado di resuscitare dal dolore. Suona altezzoso, eppure non lo è. Oggi nel mondo non mi è dato lasciare alcuna traccia di me. Sarebbe troppo personale, troppo poco in linea col resto. Verrebbe cancellata, proprio come i miei passi in riva al mare. Ma il mondo non è come il mare, non cancella per istinto e per natura: chi ci abita ha paura di essere irripetibile. E per qualche strana ragione, gli abitanti della Terra, temono anche chi prova, aprendosi le piaghe in pubblico ogni santo istante, a rendersi irripetibile. Io voglio provare il mio dolore, quello che mi diversifica e mi eleva. Quello che mi fa pensare di voler morire. Quello che mi fa decidere di voler vivere. Per sempre. E’ così difficile da accettare?

Immagino che un giorno gli esseri viventi si ritrovino a dover curare con impegno e dedizione le loro menti perchè saranno l’unico fattore capace di garantire distinzione. Impegno e dedizione che per anni e anni hanno utilizzato occupandosi dei kimono pallascesa, dei cocktails abbinati ai colori dei reggiseni e alla tinta sui peli pubici. Eppure a me, a occhio e croce, i neuroni sembrano più utili. In ogni caso, nonostante io abbia parlato in modo parzialmente positivo dei miei errori, non posso assolutamente nascondere a nessuno di voi che di alcuni sbagli mi pento amaramente. Per quanto possa essere grata al dolore post-mistake, c’è qualche mistake che mi ribollerà dentro per sempre. C’è sempre quell’occasione perduta di proposito, al fine di salvaguardarci la pelle, che ci perseguiterà per il resto dei nostri giorni. Un po’ come quella vibrazione avvertita nello stimolare una cicatrice che poi tanto cicatrice non è. I nervi sono ancora tutti caldi, tutti pronti a contrarsi, tutti pronti a vibrare di nuovo, ancora e ancora. Le cicatrici, allora, non sono altro che ferite aperte per sempre ma rassegnate al fatto che nonostante tutto e tutti possano toccarle, non potranno mai più sanguinare.

Io sono semplicemente nata su un’altra nuvola. Non poteva andare diversamente. Daltronde, dopo la morte, una nuvola comune non riuscirebbe a sostenere il peso di un cuore che ancora ha voglia di battere.

Mi ha dato l’impressione di vivere per sempre

Riguardo i ‘video’ registrati da me il 9 luglio 2015. Ancora percepisco quel tepore nel petto, quell’esplosione interiore che solo la realizzazione di un sogno garantisce. Riesco ancora a sentire le parole delle canzoni della mia vita bloccate in gola e lo sforzo disumano per farle uscire in segno di liberazione. Perchè in fondo vedere Noel Gallagher è stata, per me, una liberazione: ho gridato al cielo che oltre ad appartenere a me stessa, appartengo alla musica, che è pura, che è se stessa e non si piega e non si spezza. Non subisce, non si sottomette. Semplicemente è. Proprio come siamo tutti, in un modo o nell’altro. E quindi io c’ero, io l’ho visto, il grande Gallagher esibirsi e so che non impareró mai a credere che sia accaduto veramente. Penseró sempre a questa fetta di felicità come ad un sogno, nè irrealizzato nè realizzato, solo vero, solo mio. Nonostante quindi abbia la certezza di essermi trovata sotto quel palco, preferisco sempre immaginare di avere solo immaginato tutto. È una specie di assurdo meccanismo di difesa, o forse sono rimasugli di euforia misti a immaturità. Voglio che quei momenti non siano contaminati dall’incombenza della realtà. Non renderó la fenomenale carica scoppiettante che mi ritrovavo in ogni punto del corpo, un semplice valore aggiunto alla mia noiosa lista dei valori collezionati nella realtà. Sto difendendo il mio vissuto dalla vita. Non so se mi spiego. Il tempo scorre e io pure, la patina di superficialità che ricopre gli strati vitali va aumentando di giorno in giorno e vorrei solo piangere quando penso che anche il ricordo della mia canzone preferita cantata dal vivo possa acquisire stupida concretezza. Probabilmente sono i miei odiosi 17 anni a farmi parlare così, a farmi vivere così. In realtà quello che ho desiderato di più per quella indimenticabile serata era una maggiore consapevolezza di me e un livello di maturità perlomeno medio. Non si può avere tutto, daltronde. E, alla fine, ricordo confusamente di essere stata catapultata al RockInRoma (come un passaggio dalla vita reale a quella ultraterrena) e dopo svariate ore di attesa, di aver avuto davanti agli occhi il fighissimo involucro contenente l’anima e la voce di chi va in giro per il mondo a raccontare, senza filtri nè censure, come ci vanno le cose. Soprattutto, voglio che sappiate che vivere per sempre non è difficile: basta andare ai concerti. 

 

Maturità 

Rieccomi. Riecco anche le solite parole a valanghe che mi assalgono di notte mentre ascolto le solite canzoni, quelle che mi impongo ogni qualvolta prendo la decisione di tirar fuori macigni. Io non sono il pungolo di me stessa. Me ne dispiaccio molto ma, rifacendomi alla teoria di qualche epicureo random, credo fermamente che le canzoni diffondano flussi di atomi che mi raggiungono e mi convincono a non far tacere l’anima. Precisiamo: non stimolo la mia anima ad una qualche strana interazione con me stessa, la invito solo a non restare in bilico tra un brivido e una fitta. La prego di darmi indicazioni e spesso le ottengo sotto mentite spoglie quali voglia di vivere, malessere interiore, voglia di costruire, insoddisfazione, voglia di scrivere. Quest’ultima è l’indicazione non taciuta che questo sottile e vellutato strato interno di vita (non so chi lo chiamava soffio vitale, e chiamava così anche Dio…) preferisce concedermi. E così non taccio neanche io, mi prende la voglia di bruciare nei miei pensieri e di consumare fogli di carta su cui ho scritto parole che non riuscirò a rileggere. La paura di me stessa è incontrollabile. Sono tante le cose che potrei fare e i muri che potrei abbattere eppure trovo l’arrendevolezza un’arte gradevole. La stessa scrittura la indentifico con l’arrendevolezza. Se sto parlando di me, mi sto sicuramente arrendendo a cosa provo. Se sto parlando di te, mi sto sicuramente arrendendo a ciò che mi fai provare. Ma in ogni caso non sono pigra, sto comunque affrontando. Sto affrontando i miei pensieri, cadono liberamente e li raccolgo come se non fossero più miei nel momento del distacco dalla mente.  Arrendersi non è facile come tutti credono. Non vuol dire per forza ‘abbandonare la guerra’. Può anche significare ‘continuare a lottare senza far baldoria’. E quindi è così che noi non leggiamo ad alta voce. Rispettiamo gli autori di libri, gli amministratori di un blog, i giornalisti del ‘Mattino’. Ci sono consentite solo espressioni facciali o opinioni post-lettura. 

L’estate diventa difficile quando non sei più una bambina, inoltre. E non solo non sei più una bambina ma non sei neanche una donna. E quindi diventa difficile tutta la vita, in attesa di essere qualcosa di certo, qualcosa di definibile. Credo che la stagione calda sia sempre stata un rifugio per me, ma solo nella mia mente. Ho ancora in testa le trombette per la vittoria dell’Italia nel 2006. Risuonano nel mio petto come dei sussulti d’altra natura. E li sento in lontananza come se non le avessi mai ascoltate prima. Il ricordo della felicità può essere davvero cattivo con gli esseri umani. Può fargli pesare il fatto che non si ripeterà più, un tipo di felicità simile, ma solo una qualche copia differente e distaccata, fredda. E quando ti volti indietro, poi, ti sembra di cadere e di ritrovare la tua aria familiare che non percepirai mai tranne che in quel breve istante in cui precipiti. Precipitare diventa un hobby quando la tua realtà ti fa rabbrividire. Ti fa rabbrividire non tanto perchè fa cagare ma perchè è diversa da come ti aspettavi. Quando ho cominciato a capire che nulla rimane uguale al 2006, ho percepito d’essere cresciuta. Nulla mi ha fatto mai così male, neanche la mia prima cotta alle medie, neanche il rifiuto di un vero amore. Passa una musica in radio e pensi di essere tornata indietro. Poi ti guardi le mani e ti sfiori le gambe, e ti sfiori il cuore. Fissi un cielo che non ti conosce. Scopri che esiste un’amore anche verso te stessa e che a fartelo notare non sei stata altro che tu. Fanculo al cielo, io lo conosco, invece: porta il mio nome e un mio pezzo di cuore. Se ho scritto cose sconnesse, chiedo un perdono speciale che solo una persona stregata dalla vita mi può dare. Io mi sono perdonata. 

 

Mondi

E se la pioggia non facesse rumore? Farebbe rumore solo la mente. 

E le tue parole sono gocce. 

Il rumore raddoppia e diventa un gravido silenzio. 

Il cielo è il tuo cuore. 

Esiste un altro mondo nelle persone.

Vostra Sally