Forse domani

Forse domani smetterò di spegnermi
e da me non vorrò più difendermi.
Forse domani mi mostrerò al mondo coi miei reali guai
e ti accorgerai che gli occhi che posseggo non li avrai.
Forse domani aspetterò in un angolino che da me io ritorni
senza darmi la colpa del peso dei miei giorni.
Forse domani avrò il bisogno di udire la tua voce
e la ritroverò incastonata in un qualunque passo veloce.
Forse domani sarà una vecchia canzone a farci incontrare
e l’arrivederci del nostro giovane tremore a farci separare.

Forse domani smetterò di spegnermi
e da me non vorrò più difendermi
e da me non vorrò più difenderti.

large (2)

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Dille addio

«Vorrei scrivere dell’estate, ma non me n’è rimasto nulla
se non del sole il tiepido tepore nel mio cuore di fanciulla.
Tu anche mi dici:”Non sono nè sarò mai pronto
a vederne svanire il ricordo in un malinconico tramonto.”
Luccichii di sguardi sospesi in raggi ancora estivi
di nuovo si rintanano negli occhi e ti chiedono:”Ora perchè vivi?”.
Mi lascio cadere nell’immenso e smarrisco la felicità nell’affanno
la ritroverò poi unita alla ragione nell’affrontare, reticente, un altro anno.»

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E qualcuno si rifugia nell’estate. 
E l’estate si rifugia in qualcuno.

Jeans stretti

Hai presente quei jeans? Gettati lì, nell’armadio. Insomma, i tuoi preferiti di sempre, quelli che non cambieresti manco se dovessero strapparti la pelle. Ti sono sempre piaciuti. Lineari, blu e eternamente di moda. L’emblema della semplicità. E, spesso, ti sei piaciuta anche tu, fondamentalmente, dentro quei jeans. Però, spero tu conosca almeno di vista o per sentito dire il tempo. Il tempo passa a trovarti e te lo ritrovi in casa che ti deteriora, ti modifica le abitudini, ti rende pallido e tendente ai rimpianti  e molte volte anche alla pazzia, ti priva delle forze e magari ci si fa anche quattro sane risate su… Giusto per sdrammatizzare. Il tempo fa irruzione. Ovunque. In stile “saccheggi dei Mamertini” o di qualsiasi altra tribù di mercenari sulle cui spalle veniva scaricato il peso della guerra, sotto la cui voglia di sopravvivere e di affermare un minimo di autorità su una parte di mondo venivano occultate le reali cagioni dello scontro. Il tempo ti cambia. E presumibilmente i tuoi jeans preferiti ti staranno stretti. E a quel punto comincerai a complicarti le cose,comincerai a complicarti. Ma mica per sport. Per esigenza. E’ una specie di reazione naturale. Sceglierai altri paia di jeans. Magari fuori moda, magari più sciatti o magari fatti su misura per le tue complicazioni. Ma le tue nuove scelte non faranno in modo che tu smetta di pensare alle certezze che riponevi nei tuoi jeans come a qualcosa di estremamente e oggettivamente rassicurante e rasserenante. Continuerai ad amarli, ad ammirarli. Solo che non ci penserai proprio più a prenderli. Li lascerai restare uguali e coerenti in armadio. Al massimo ti limiterai a scrutarli con la coda dell’occhio e con grande disagio e sensazione di irrisolto mentre ne metti su a fatica un’altro modello.

E’ così anche nella vita. Veneriamo la dea semplicità, la consideriamo un miraggio, una portatrice di benessere, una fonte di inesorabile stabilità. Ma è già troppo per noi esseri umani accettare che ci sia e che non sempre siamo in grado di attingerne positività (praticamente… mai?), figuriamoci come riusciremmo a preferirla alla complessità. 
La semplicità è la strada che vorremmo, ma non ci azzardiamo a imboccare. Abbiamo paura delle fisse dimore. Siamo fondamentalmente nomadi e troviamo nelle complicazioni, in ciò che ci manda in tilt le terminazioni nervose, una sorta di infinito cunicolo in cui crogiolarci aspettando che la nostra fame di avere sempre tutto quello che non vorremmo mai avere ma che puntualmente desideriamo (manco fosse la regolare pizza margherita settimanale)… Si plachi. Si afflosci. Si decomponga e cominci a puzzare. Perchè fin quando profumerà d’inarrivabile e insensato noi continueremo a nutrirci di pane e problemi. Pane e feroci pensieri. Pane e disordine. Pane e mai quello che oggettivamente ha un buon sapore o è salutare. Non mangiamo ciò che ci fa bene. Non facciamo ciò che ci fa bene. La contraddizione ci eccita. 

Sembro molto pessimista ma in realtà sono solo invidiosa di chi riesce a indossare jeans semplici nonostante tutto. Invidiosa di chi ha una vera esigenza dell’essenziale. Di chi è determinato a conquistarsi la fermezza di un attimo. Perchè gli attimi volano solo per i complicati.

Ma anche questa divisione tra complicati e semplici è inesistente. Non esiste nessun complicato. Non esiste nessun semplice. Questa linea di separazione immaginaria non fa altro che fungere da ottima lente d’ingrandimento su quello che non riusciamo a spiegarci e poi in ritardo comprendiamo come fosse l’ABC o le canzoni di Ligabue. 
Esiste solo la volontà di essere qualcosa. Nasci. Capisci. Decidi se vuoi nuotare con la bassa marea o se vuoi nuotare con la marea alta. In entrambi i casi imparerai. Le intemperie, le correnti, i grandi pericoli del mare t’insegneranno. Tanto comunque sei sempre in mare. Alta o bassa marea sei fottuto. Otterrai comunque qualcosa. Noi non lo sappiamo bene, ma da qualsiasi cosa facciamo… Ricaviamo. A volte siamo convinti di non avere nulla in tasca. E poi ci ritroviamo il cuore a straripare.

Conclusione: da oggi vanno solo vestiti e gonne! Anche no. Ma grazie. Grazie del consiglio. Volevo dirti che da oggi per me è di moda la libertà. In tutte le forme. Sentiti libero di essere. Sentiti un animale selvaggio. Sentiti in una foresta. Però sentiti. Ascoltati. E ascolta la tua libertà. Ti chiama da qualsiasi parte del mondo. Fai in modo di trovarti in ogni parte del mondo. Fai in modo di trovarti. E aggiungerei di accettarti: jeans semplice, o jeans paiettato. 

Il bentelan e la via di casa

alterazioni del bilancio idro-elettrolitico come ipokaliemia, alterazioni muscoloscheletriche come osteoporosi, complicazioni dell’apparato gastro intestinale, alterazioni cutanee, alterazioni neurologiche come cefalea, vertigini, iperattività, disturbi del sonno, ansia, depressione, disturbi nel comportamento.

Sono abbastanza certa che ogni individuo su questo pianeta, in un determinato momento della propria vita, si accorga di essere affetto dalla sindrome degli effetti collaterali dovuti all’assunzione di Bentelan. Se ne accorge così, come quando ci si sveglia la notte sudati fradici con la voglia di far pipì a mille e il cuore stanco per tutte le volte che, cadendo in fasi profonde del sonno, ha sognato di cadere nel vuoto. Lo scopre notando i diversi sintomi che gli si manifestano giorno per giorno e si pone delle domande del tipo “Ma che cazzo ho?” oppure “Vorrei tanto sapere che cazzo ho, tu lo sai mà?”. Inizi con una progressiva iperattivitàche dimostra quanta voglia di fare repressa tu riesca a tenere a bada. La voglia di fare repressa, precisiamo, è un leone in gabbia in preda all’istinto di sopravvivenza: quindi se non la nutri, ti mangerà e presumibilmente vivo. Poi si presenteranno disturbi del sonno o addirittura totale assenza di sonno. Sei già un soggetto stanco di natura per tutte le battaglie quotidiane dell’infinita guerra (la vita che per quanto possa essere bella, è na guerra bella e buona) che sei costretto a portare avanti senza possibilità di giungere ad un armistizio… e quindi ti culli nella tua stanchezza, cerchi di giustificarla, di trovarle un ripostiglio nella mente ma non fa altro che alimentare i tuoi pensieri affamati di neuroni ed energia. Ed è proprio qui che ti freghi con le tue mani. Sei entrato nel circolo vizioso, non dormirai mai. Successivamente incontrerai una signora, che probabilmente conosci da una vita, che probabilmente detesti come manco fai con l’ebola, che t’indispettisce tanto quanto quel mal di pancia cattivo nel bel mezzo di un appuntamento importante distogliendoti da ciò che senti e provi e conduncendoti in un pianeta parallelo simile a quello che un fumatore d’erba incallito è solito visitare non appena il THC sale e sale e sale… La signora ansia. Le dai il benvenuto tu con la mano perennemente sudata e la gocciolina di sudore che pende e proprio non si decide a scendere a più di metà fronte. Come se anch’essa avesse un’ansia a sè stante. L’ansia… La accogli, la ascolti, la senti sulla pelle e nel petto, la mandi via con la consapevolezza che tornerà alla carica più forte di prima a strozzarti le parole. La respiri, la espiri con accortenza manco fosse l’ultima sigaretta e le dai un’importanza fondamentale, le concedi una potenza che tu neanche ti sei mai immaginato di avere solo perchè sei sempre stato convinto che, se anche l’avessi trovata dentro te, se la sarebbe mangiata lei e non ti avrebbe chiesto di certo il permesso. Questa signora la odi, ma allo stesso tempo ne parli come fosse un’amica di vecchia data che non ti ha mai abbandonato. E’ stata con te anche nel momento del bisogno. Per concludere la lista delle controindicazioni assembliamo depressione e conseguenti disturbi del comportamento. La depressione è subdola. Si insinua  nei tuoi occhi senza che tu abbia la minima idea di quanto te li cambierà e di cosa ti costringerà a vedere. Non hai il controllo. Puoi solo combatterla convincendoti che è una tua stupida scusa per non affrontare il dolore. Così lei si sentirà presa in giro, si sentirà presa per ciò che pensa di non essere e l’abbandonerai. Si, non sarà lei ad andare via. Sei tu l’ospite nonostante tu pensi che sia stata lei a farti visita. Ben presto scoprirai di averla chiamata e da buona Ursula de La Sirenetta ha nutrito ogni tua debolezza e insicurezza divorandoti e mandandoti in cancrena tutto ciò che di buono avevi.

Tutti piccoli ostacoli che se superati da soli e separatamente danno anche un grande senso di fierezza, di salvezza alla fine della fiera. Il problema è che perdi tempo, perdi tempo a risolvere, perdi tempo a risolverti, perdi. Perdi la via di casa. Trovi la via della cura al tuo male, perdi la via di casa.

Casa sei tu e i tuoi sogni. Casa sei tu e i tuoi bisogni. Casa sei tu e la sincerità di chi andava cercando di notte in vicoletti bui la tua felicità dispersa, perchè la notte fa più luce di quanto tu creda, illumina più del giorno. Casa sei tu e gli sguardi che non incrociavi da tempo. Casa sei tu e gioie che temevi non avresti più provato. Casa sei tu e il coraggio di tornarci, da te.

Una volta tornato a casa sei fermamente convinto che nessuno più ti strapperà via dal tuo luogo. Ancora una volta ti sbagli. Dovrai lottare per tenerti stretto l’agognato giaciglio. Come un guerriero. Come Mulan! 

Posso rassicurarti però, dicendoti che se lotti per la tua casa ti sentirai comunque a casa. Percepirai l’odore del tuo ideale, l’odore del terreno in cui hai seminato con tanta cura la tua forza sperando che un giorno possa germogliare in vittoria, l’odore della tua fatica che col tempo hai imparato ad ammirare. E si spera anche ad insegnare. Insegnare che è bello faticare inculca la cultura della soddisfazione e del non perdersi d’animo.

PS. Visto da questa positiva angolazione, il bentelan non è poi tutta sta merda.

La ragazza che sapeva arrossire

E’ inutile. Tutto inutile. Tutte le strategie che hai elaborato con impegno e costanza in previsione di situazioni simili non funzionano. Cioè, a dirla tutta, non le ricordi neanche. I tuoi pensieri si sono azzerati, la mente è empty (solita strategia dell’englishyeahbabe). Fluttuano e brillano tante piume colorate che fanno da scenario a quell’istantaneo vuoto creatosi nel tuo cervello dopo aver udito un “No, davvero. Sei bella. Ma bella da morire. Bella che se potessi ti bacerei all’istante. Solo che non posso, ahimè. Anche perchè di sicuro non mi stai manco più ascoltando da quando ti ho detto che sei bella. Di sicuro mo sei tutta impegnata ad arrossire e a trovare un espediente per evitare che io noti l’estremo rossore che Dio ti ha dipinto in modo perfetto sulle guance, quasi fosse un regalo. Ma tu non sai apprezzarlo. Sei braccata dall’imbarazzo. Ti neghi alla naturalezza, ti impedisci di farti notare da me mentre brilli… tappezzata d’un manto di diamanti rossi sulle tue gote paffute. Ma tu non sai. Tu sei assolutamente all’oscuro del fatto che più ti negherai più arrossirai. Andare contro il normale corso emozionale vuol dire comprimerti. Più ti comprimerai più sarai quella che non vorresti essere e finirai con l’abituarti all’idea che, specchiandoti, ti vedrai ma non ti guarderai. E comunque ti sto fissando e ti fisserò per molto altro tempo. Ti fisserò perchè sono fermamente convinto che sarai bella per molto altro tempo. E ciò vuol dire che per tutto il tempo in cui rimarrai bella, arrossirai. Penso che le persone si innamorino di questo. Di questo e basta.”

Ho visto cose straordinarie. Ho visto una ragazza nel preciso istante in cui le si annebbiava la vista e perdeva il senso dell’orientamento perchè aveva una fottuta paura di arrossire. E’ fantastico. Ho visto anche una ragazza che si copriva la faccia nascondendo un sorriso palesemente comparso per contrazione di nervi e fibrillazione di circuiti nervosi. Meraviglioso. 
Ho visto una ragazza che aveva davanti agli occhi una muraglia di ghiaccio. Il tempo, l’epoca e gli status symbol le avevano imposto di essere una che piace e si fa notare senza farsi percepire. Ah, l’avevano anche privata della facoltà di arrossire. Mi sono sentita male.

E’ come se andare in giro protette da una patina anti-naturalezza fosse l’obbligo. La patina anti-naturalezza è come la tua borsa preferita. Usciresti senza? Ovvio che no. Vorrei che la vera te fosse la tua cosa preferita in generale. Così ti domanderei “Usciresti senza?” e tu risponderesti “Ovvio che no.” Ma materializzare l’andamento, il normale scorrere (come un fiume senza argini) del tuo essere privo di costrizioni, immune da influenze esterne e colmo di quello che in realtà ti costituisce vorrebbe dire trasformare l’astratto in concreto. Ma perchè ti fa paura quello che sei? Perchè non riesco a vederlo, è astratto. Allora il problema si fa più serio, cara. Sappi che non vedrai mai ciò che sei fin quando non lo percepirai.

Io so ancora arrossire. Per carità non mi viene tanto facile: sono comunque il frutto di un mondo freddo di sentimenti. E in un mondo freddo di sentimenti le guance non si riscaldano, il cuore non si riscalda. 
Rimanere impassibile di fronte a qualcuno che si esprime, che si espone, che ti ama, che ti trova bella, che ti trova un cesso, che ti chiede di uscire, che ti chiede di guardare un film a casa sua, che ti chiede di andare a letto, che ti fa sentire strabene, che ti fa sentire di merda, che ti fa sentire qualcosa e basta all’altezza del petto, proprio lì dove pensi che la granata sia pronta ad esplodere da un momento all’altro… vuol dire anche un pò difendersi. Ma da chi? Da quel qualcuno o dal mondo? 
La mia risposta è: dal mondo. E’ crudele, è spietato. Ti convince che per essere quello che vuoi essere (felice, triste, brutto, bello, inutile, utile, fantastico, orripilante, acqua, fuoco, merda, luce, dio, angelo, demone) non devi essere ciò che sei. 
Ma io non ci casco. Sappi carissimo mondo, che mi fai tutto. Ma non mi fai paura. Non smetterò di scrivere perchè tu dici che bisogna comprare un determinato vestitino inguinale o bisogna occuparsi di un beagle a tempo pieno o bisogna bere tanta acqua altrimenti muori domani. E non smetterò manco di arrossire. Non voglio assolutamente perdere quello che tutti gli altri hanno perso, io mi conservo le emozioni. Ne faccio anche un backup, così, per essere alla pari con l’era della tecnologia. Me le tengo belle strette e le sventolo ai quattro venti quando le sento belle consistenti e forti che vogliono urlare e forti che vogliono uscire fuori. Alla faccia di tutte quelle che sventolano solo le tette, o di chi sventola la propria indifferenza nei confronti della sua mamma (o addirittura di se stesso), o di chi non sventola proprio un bel cazzo. Alla faccia vostra. Io so provare. Io so che saper provare qualcosa è sapienza.

 

“Poi lui le parlò di quanto gli piacesse stare ore a parlare con lei. Lei fu intelligente e arrossì. L’amore stava in quel facciale rossore, l’amore era quel facciale rossore. E lei non aveva paura di arrossire. E lei non aveva paura dell’amore.”

 

Fidarsi

E’ un grande salto nel vuoto.

Io però non ne ho mai avuto paura. Ho amato, ho nutrito affetto, ho compiuto grandi passi, ho affrontato difficoltà, sono meglio di ieri perchè mi sono fidata. Adoro fidarmi perchè adoro spalancare le finestre della mia anima e far entrare aria nuova. Perchè se mi fido mi sento umana e viva e superstite. Sono sopravvissuta a me stessa. E di conseguenza mi fido di me stessa perchè lottando contro me, ho capito cosa mi fa male e quali dolori sono in grado di sopportare. Comunque sappi che il primo passo per fidarti degli altri è fidarti di te. *musichetta del luogo comune*

Mi è stato distrutto il cuore. Tipiche stronzate adolescenziali che però l’animo tende a ingrandire per meccanismo di difesa. Un pò come i pesci palla .
Ma io mi conosco! So che per quanto possa non valerne la pena di strapparsi i capelli dalla testa, questa batosta mi ha presa in pieno come una balla di fieno fatta rotolare contro di me, di proposito. Non ce l’ho con la vita! Il “di proposito” è un riflesso. Sono incazzata e quindi ho bisogno di dichiarare che qualcuno ha una colpa, ma non sono io. Io sono solo la vittima degli eventi. E invece non è così. Per chi si stesse illudendo come me, cambi impostazione mentale.
Noi siamo responsabili quanto i nostri aguzzini del male che ci causano. Perchè in un modo o nell’altro gli permettiamo deliberatamente di farci male, anche solo amando. Se ami l’altro lo sa e usa il tuo sentimento contro di te, quando è intenzionato a incularti. Ci sono stati giorni in cui la mia volontà di non esistere era di gran lunga più forte di quella del nutrirmi (e io amo nutrirmi, eh, precisiamo), giorni in cui pensavo di valere molto meno di quanto mia madre mi ha insegnato a valere, giorni in cui, nonostante il tempo mi fosse scivolato via dalle mani con molta nonchalance e disinvoltura (quasi volesse farmi credere che in realtà era ancora fermo ad aspettare che compissi io un primo passo verso la mia presunta “meta di rinascita”) il passato… Era molto più presente del presente stesso. E lì ho avuto seriamente paura. Paura di rimanere bloccata. E non bloccata in quella vecchia situazione/relazione amorosa che mi sarei dovuta buttare grandemente alle spalle evitando che diventasse una specie di filtro attraverso il quale guardavo la realtà, ma in un circolo vizioso di modi di pensare e atteggiamenti dei quali mi sono sapientemente rivestita, coperta fino agli occhi. Era comodissimo. Posizione perfetta per chi non avrebbe mai avuto intenzione di avanzare, tantomeno indietreggiare. E’ facile avere gli occhi chiusi, dormire ore e ore in una stanza buia che poi altro non è che il tuo guscio . Il problema si presenta quando li apri e il vento ha spalancato le finestre e ha fatto entrare luce. Farà male. La vita lo sa benissimo. Anzi, probabilmente l’ha fatto con l’unico scopo di allenarti ad aprire gli occhi e sopportare il sole. Perchè quando sei al buio sempre, ti fa schifo il sole. E al diavolo tutti quelli che lo adorano, ti dici. Fa cagare, ti dici. Ti fa cagare solo perchè non sei abbastanza tenace da accettare che la realtà (post precedente… sta realtà sta sempre fra i piedi) non si adatta ai tuoi bui. Sei tu che devi adattarti alle sue luci. Poi farai tantissima fatica a fidarti di nuovo.

Io no. Io amo fidarmi. Ancora di più quando cercano di convincermi che rifarlo sarebbe rischioso. Amo concedere la mia fiducia alle persone perchè io sono io, e ho bisogno di dartela e tu sei tu e hai il diritto di prendertela e farne quello che vuoi. Se la tratterai male, beh, pazienza. La fiducia graffiata è ottima. E’ resistente. E attirerà la gente che sa come prendersene cura. 

Verità

“Rebel Rebel, you’ve torn your dress
Rebel Rebel, your face is a mess
Rebel Rebel, how could they know?
Hot tramp, I love you so!”

«Non so quanto tempo ci metterò a elaborare e scrivere un articolo d’apertura. La trovo una tortura. Perchè è in base a questo fottutissimo primo articolo che le persone (sto addirittura pensando che delle persone leggeranno quello che scrivo, pazzesco!) si faranno un’idea di me, di chi sono e di cosa voglio trasmettere. Però arriva, estemporaneo, nella vita, un momento bizzarro in cui le cose che vivi non vuoi solo viverle, anzi, hai il frenetico bisogno di fermarle e assaporarle, conservarne l’essenza, gustarne le dolcezze e gli amari retrogusti. E, magari, dare la possibilità anche ad altri di staccarne un pezzetto (proprio come se stessi parlando di metà torta biscotto che di solito ritrovi in frigo il giorno dopo un compleanno perchè il festeggiato ha avuto bisogno di smaltirla… ci si ingozza in malo modo alle feste meridionali e il cibo non è mai abbastanza secondo le madri dei festeggiati).»

La verità fa più effetto. Ho davvero pensato tutto questo poco prima di cominciare a battere i tasti. Ma che non venga assolutamente presa come strategia attrattiva, la verità. Non lo è assolutamente, in nessun caso.
In tutte le sue forme «the truth» (invece l’inglese è una strategia fashion) piace. Piace a me, a tua madre, a tuo padre, ai tuoi fratelli e sorelle, ai tuoi nonni. E sai perchè? Perchè per natura noi amiamo condividere, comunicare, sentirci emotivamente vicini e la verità è uno strumento perfetto. Essa equivale alla realtà, e amenochè tu non sia un illuso patologico, la ami. Tu ami la realtà e nonostante ti prenda molto volentieri a sberle e pugni (a volte mortali) quando le girano, paradossalmente ti ci aggrappi. Tutti lo sanno: ci si appiglia a ciò che più ci fa male. Una specie di sindrome di Stoccolma. Io la trovo una cosa meravigliosa! Non c’è nulla di più chiaro e secco e giusto di un “NO, mi fai schifo” o di un “SI, ti amo”. E’ vero. Può far male, può far bene. Intanto è vero, e nel momento in cui i tuoi meccanismi cerebrali avranno ricevuto l’impulso tu avrai saputo. Avrai affrontato. Avrai conosciuto. Avrai pianto, molto probabilmente. Ma avrai comunque qualcosa. E’ in questi momenti che mi sento troppo saccente e guru ma posso assicurare di non esserlo davvero.
Ciò che leggi fuoriesce automatico dalla scatola delle mie conoscenze/certezze acquisite col tempo e non pretendo che siano tali anche per te. Scordatelo. Forse non lo saranno mai perchè a qualche punto esclamativo fa avrai già abbandonato la lettura, ritenendola troppo iosotuttopercertocomeobamahaha… Ma io amo arricchirmi di ciò che le persone possono offrirmi e di conseguenza amo anche offrire per concedere a chiunque un’occasione per arricchirsi a sua volta. Sono sicura che a quel chiunque piacerà da morire. Proverà addirittura un senso di soddisfazione, alla fine.

Comunque io considero la scrittura la regina tra le mie certezze. Scrivere è trasmettere, trasmettere è conoscere e far conoscere.

La vita è di una bellezza sconcertante. Ne sono sicura al 100%. Impara a essere impermeabile al male. Aspetta: magari assorbine un pò così che tu possa sapere com’è e magari sviluppare qualche anticorpo (proprio come se andassi a fare un vaccino, nulla di più normale) però poi sii strafottutamente impermeabile. A volte potrà entrare comunque nei tuoi grossi e scommetto resistenti stivali da combattentedivita, ma alla fine… Sticazzi. Mettiti i calzini che così s’asciugano col tempo e riprenderai la normale avanzata. Auguri.

Ps. Ho 16 anni e sono meridionale (Campania).