Falling down

Quando cado
una parte di me resta
l’altra di buio s’infesta

ho bisogno di un’ossessione
quella che ho per la mia dimensione
forse farei meglio a chiamarla fiducia
in ció che dentro di me brucia

ho bisogno della confusione
quella che mi hai lasciato giù al portone
quando hai detto che volevi fosse tutto a posto, e avevi ragione

ora che non ti ho più il mare è sereno
e con la tua assenza non mi avveleno
perchè è legittimata
e proprio come credevo
io penso sempre di completarmi, sì
e invece sottraggo pezzi alla mia integrità
alla mia verità

se voglio sopravvivere posso solo desistere
per l’incombenza dell’esistere
quando cado
accado

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Amore e altre pippe mentali

La verità è che vorrei parlare dell’amore che non ho e non ci riesco perchè non ce l’ho. Le persone, generalmente, riescono a parlare di cose anche scrutandole solo da lontano e senza necessariamente averle toccate. Si avvicinano con la mente all’oggetto, lo sfiorano e poi fuggono! E descrivono, perlopiù, nei loro discorsi, la bellezza della scomparsa della flebile connessione mentale con ciò che non hanno mai posseduto realmente. Io non so farlo con nulla, figuriamoci con l’amore.

Ma forse io l’amore in corpo, come fluido che scorre, non ce l’avrò mai. Lo vedrò solo come un lampo che non esplica il suo tuono. Parlo di quel lampo che illumina stanze intere e che non noterai mai senza occhi aperti. Certo, potrei anche accontentarmi. Ciò significherebbe però fare a meno dell’amore perchè con l’amore ci si sazia, non ci si fa lo spuntino. Forse però io sogno troppo. Immagino sempre che un giorno, qualcuno tiri fuori i miei perchè e non mi aiuti a cercare risposte ma mi mostri che sia così semplice vivere da non aver più bisogno di rispondere per respirare, da non aver più bisogno di morire per rinascere.
Non sto parlando di cos’è l’amore. Credo di star parlando di cosa sia l’amore dentro di me. E’ un germe immobile, e fin quando rimarrà tale non potrò viverlo. Ma in cosa ha bisogno di trasformarsi un germe per diventare ciò che vorrei diventasse? Forse in nulla. Forse dovrebbe semplicemente infettarmi, indurmi alla dipendenza e quindi cercare un antidoto, o un altro malato. Non so neanche cosa sia questa dipendenza, questa infezione.

Conosco solo l’attrazione fisica e mentale e sono totalmente incapace di provarle assieme. So con chi farei l’amore, quello fisico, so con chi parlerei per ore. Eppure non so mai con chi amerei. Forse non avendo mai amato, penso che ciò a cui porti il sentimento sia amare assieme, in due e non amarsi l’un l’altro. Oppure potrebbe essere proprio così.
Ho paura anche solo di rifletterci. Che poi alla fine, amare assieme cosa? L’essere veri, in carne ed ossa e il toccarsi, il congiungersi, l’apprezzare le parti ruvide della pelle fino a reputarle lisce, l’annegare nel buio e non avere mai paura della sua infinità. Parlo a vanvera ma nel caso qualcuno abbia riconosciuto considerazioni almeno parzialmente giuste, beh, può farmi un cenno.

Non voglio essere affamata di sola carne come tutti. Voglio aver fame di parole difficili da pronunciare, di spasmi per l’incertezza e l’inconsapevolezza e voglio aver fame di sudore dopo il coraggio di aver parlato nel cuore di chi volevo ascoltasse. L’uragano di sensazioni che mi aspetto mi fa apparire sempre molto ambiziosa agli occhi delle persone che hanno sempre affrontato solo un pò di pioggia. E a volte grandine. Ma è normale.

Sailing down the river alone

large (4)

Ho fatto tutto da sola da quando ho capito che il peso di me stessa non posso lasciarlo sostenere a nessuno. Il tempo mi ha screpolato le mani come faceva quel sapone poco rispettoso del pH della mia pelle. E’ stato severo, ingiusto, arido e sfacciato. Spesso ho pensato di dover necessariamente mandare tutti i frutti degli sforzi in fumo per indurlo a rallentare e ad essere più clemente ma non mi ha cagata di striscio. Alla fine sono sempre qua, con tutti i pezzi di carta che ho stracciato. Ho preso fogli nuovi. Tutti bianchi. Ancora.

Ho provato a scrivere più e più volte. Ho cambiato fogli, penne, occhiali, personalità, colore dei capelli, giudizio. Non sono mai riuscita a scrivere una parola. Ora è diverso solo perchè mi sento più coraggiosa e più pronta ad affrontare il fatto che non sempre riesco ad essere chiara a me stessa. Mi ha dato fastidio che il fiume io l’abbia dovuto percorrere da sola, che io abbia dovuto assorbire tutta l’umidità delle intemperie e respirare un’aria che non mi apparteneva con l’aspirazione a volerla nei polmoni per sempre e con la consapevolezza di dover smaltirla durante il viaggio verso casa. Sembro un fottuto meteorologo.
E’ stato difficile svegliarmi e allacciarmi le scarpe la mattina per circa un mesetto. Ho avvertito quella sensazione di spossatezza tipica di chi è depresso e/o stanco di correre. Io non ho corso mai, però. Ho sempre e solo avuto la sensazione di stare correndo e ho fatto in modo che tutti gli altri lo percepissero e avessero tipo… pietà di me.
Il modo in cui sono arrabbiata con me stessa non può essere descritto. Ho lasciato che tutto mi capitasse, ho dato il permesso a chiunque di toccarmi, non mi sono protetta più. L’illusione che io stessi correndo mi faceva sentire intoccabile ma alla fine tutti mi hanno sfiorata e io ho innalzato il mio stupido trofeo senza un reale motivo e senza che neanche mi fosse dovuto. Il mio trofeo è la convinzione.

Quando sono in macchina con mia madre metto sempre in play la stessa canzone: Listen Up degli Oasis. Non lo faccio mica per me! Lo faccio per lei, perchè spero sempre che possa parlarle al posto mio di me e dei miei sogni, delle mie ambizioni, di quello che vorrei fare per me e per la mia maturità. Lo faccio perchè quando il tizio comincia a cantare sembra che abbia il mio cuore al posto del suo e quindi i suoi battiti e la loro velocità sono uguali ai miei. Ha gli stessi brividi che ho io quando sente la speranza che qualcun altro legga se stesso tra le righe della sua canzone espandersi nel petto, secondo me. Tanto i brividi non cambiano mai. Anche nel 1994 erano così, forse.
La gente non mi ascolta più da circa 3 anni. Parlo da sola, parlo a me stessa. Tutto quello che penso è compresso e  diventa un groviglio che non riesco a trasformare nemmeno in parole. E quindi non scrivo più.
Quando sono in macchina con papà, invece, metto in play solo le canzoni anni 70/80 che piacciono  a lui. Non lo faccio mica per lui, però! Lo faccio per me. Sembra che ascoltandole io mi convinca di avere l’età di mio padre e le sue spalle larghe e mi sento meglio. Mi sento più vicina alla pace. Dei miei anni ne parlano tutti male. Dicono che siamo in guerra e che la generazione è bloccata e mentalmente sterile. E allora io che ne faccio parte mi sento in dovere di distaccarmene almeno per 10 minuti. Bastano e avanzano perchè, da masochista quale sono, voglio subito tornare a farmi mancare gli anni che non ho mai vissuto.
Dato che nessuno prova più niente di concreto e fondamentalmente neanche io, mi diverto a ricevere i duri colpi dell’impossibilità di riprodurre realtà passate. A cosa mi sono ridotta?

Quando sono in macchina da sola io la musica la metto comunque perchè dato che al casino che ho nel cervello non potrò mai dare un ordine, ne approfitto per disordinarlo ancora di più. Tanto il disordine un senso ce l’ha. Mi piace tipo ascoltare cose che credo e spero di aver già ascoltato prima di nascere perchè mi portano ricordi di posti che credo e spero di aver già visitato prima di nascere. Insomma di questo presente mi piace solo il fatto che vivo, la modalità la detesto. Il difetto delle persone come me è quello di crogiolarsi nella staticità delle situazioni. Il pregio è quello di riuscire ancora a provare paura di rimanere fermi per sempre. Per questo ho una playlist infinita.

Credo che la cosa che ami di più al mondo sia suonare la chitarra all’aperto. Non ho mai paura di nulla quando lo faccio. Non ho paura neanche delle api durante le giornate calde!
E sembra che io voglia spontaneamente che il sole mi illumini o che la pioggia mi bagni senza pensare alle conseguenze. Un pò come quando amo. Io mi inchino alla potenza del mondo, io non sono onnipotente. Io sono ancora una che vive.