Immune nel buio

stare sveglia fino a tardi
non è insonnia
è determinazione
è forte inclinazione
a gestire un’alba che assale
come l’inadeguatezza
di un pianto che ti spieghi male

il giorno illumina ciò che sono
il giorno illumina ciò che sarò
imparo dalla notte a difendermi
da ciò che non curerò

large (3)

A song which says it all

Hold up
hold on
don’t be scared
you’ll never change what’s been and gone

may your smile (may your smile)
shine on (shine on)
don’t be scared (don’t be scared)
your destiny may keep you warm

cause all of the stars
are fading away
just try not to worry
you’ll see them some day
take what you need
and be on your way
and stop crying your heart out

get up (get up)
come on (come on)
why’re you scared? (i’m not scared)
you’ll never change
what’s been and gone

cause all of the stars
are fading away
just try not to worry
you’ll see them some day
take what you need
and be on your way
and stop crying your heart out

cause all of the stars
are fading away
just try not to worry
you’ll see them some day
take what you need
and be on your way
and stop crying your heart out

we’re all of us stars
we’re fading away
just try not to worry
you’ll see us some day
just take what you need
and be on your way
and stop crying your heart out
stop crying your heart out
stop crying your heart out

Ciò che mi riserva il passato

La leggenda narra che io (come tutti) debba desiderare di sapere cosa mi riserva il futuro. Voglio dire: ci rendiamo conto di quanto cazzo sia difficile vivere per noi esseri umani? Vivere e basta. Vivere e avere solo la facoltà di immaginare cosa diamine sarà il nostro “domani”. E’ una pezzarculo abnorme. Comunque, fantasticare è un qualcosa di straordinario. E’ il più importante tra i tantissimi tipi di dialoghi che frequentemente intratteniamo con la nostra persona. In me, in te, in tua cugina arde un pericolosissimo desiderio che è quello di far diventare i sogni …realtà. Basilare, semplice. E’ una meta fondamentale! Dimostrazione che se possiamo sognarlo, possiamo farlo. Credo però che questa sia una meta a metà strada. Hai mai pensato a quanto sei sfortunato a non riuscire ad apprezzare a dovere la possibilità di trasfigurare la realtà nei sogni (o anche nei normali pensieri quotidiani)? La meta alla fine della strada è questa. Hai la possibilità di spaccarti il cervello di viaggi, d’amore, di azione, di gioia, di giallo, di pianeti inesistenti, di storie… delle tue storie, tra l’altro! Hai la possibilità di considerare, silenziosamente e senza intralciare il cammino di nessuno, il mondo come qualcosa che appartiene a te: è tuo. Non sei più tu ad essere inghiottito dalla sua forza motrice bastarda e troppo scontata per essere vera ma comunque vera, bensì è proprio lui che si lascia spappolare e sbriciolare tra le tue mani per poi cadere a terra, oramai in tanti piccoli pezzetti, e abbandonarsi al potere della brezza di una qualsiasi stagione della tua anima volando via e trasformandosi in ciò che vorresti fosse davvero. Guarderai gli alberi muoversi a causa tua e ti sentirai responsabile del contatto tra ciò che il mondo è diventato per tuo ordine/amore e il cielo, e forse ti colpevolizzerai per aver tolto l’occasione all’azzurro di rimanere essenziale. Acquisterà un certo spessore, che non è più irraggiungibile, divino, etereo, inarrivabile… ma terreno, terrestre, quasi volgare. Anche il cielo, nella tua testa, perde la sua verginità light-blue. E ti renderai conto per questo che anche ciò che non hai accanto è umano. Più umano di quanto pensi, meno umano di quanto speri. Sognare è un bisogno. Oppure deve assolutamente esserlo. Imbrattare, distruggere i muri nella tua città ti farà sentire ribelle e fuckdasystem di sicuro. Ma fare lo stesso con i muri che occludono la tua percezione di ciò che è, era e forse sarà è fottutamente liberale. 
Se hai bisogno di sognare vuol dire che hai bisogno di vivere per continuare a sognare. Ciò equivale a voler raggiungere quella sensazione di pienezza notturna pre-sonno (che solo un sognatore può vantarsi di provare) che incombe in un posticino definito da qualcuno organo involontario vitale, nonostante sia lui a decidere fino a quando ti emozionerai nel sapere che esisti e nessuno più esisterà mai come te. 

In ogni caso, hai una specie di copertura a lungo termine e quasi sempre indolore per quanto riguarda il “ciò che ti riserva il futuro”. Perchè il futuro ti riserverà qualcosa in ogni caso. La mia domanda è: non è che il passato sia passato solamente per sport? :/ Una botta e via. Toccata e fuga. Manco fosse un piccione che ti caga in testa perchè doveva andare così e tu non hai neanche il diritto di chiederti “COME MAI TUTTA QUESTA MERDA NELLA MIA VITA?” dato che sarai impegnato a inchiodarti salmonella e escherichia coli sulle mani che sciacquerai con ossessività e alcol per una settimana e 3 giorni.
Sfatiamo il mito del futuro imprevedibile. Il vero mito imprevedibile è quello del passato. E’ dietro di te e ti colpisce alle spalle. A volte ti sta così dietro che credi, invece, ti stia davanti. Ti confonde. Ti consuma. Spesso ti costringi a sovrapporlo al tuo presente o addirittura al tuo futuro perchè hai paura che possa non tornare più. E in realtà è così. Convinciti. Non torna mai più. Sei tu che vai verso i tuoi obiettivi con la testa semi-voltata verso la direzione opposta a quella giusta. Lo guardi da lontano quel maledetto e ti piace distruggerti apprezzandolo e bramandolo più di quanto già non avessi fatto quando era il tuo “adesso”. Sono gli occhi della velocità nell’allontanarti dal vecchio te a infiammarti. Sono gli occhi della velocità nell’allontanarti e basta, a infiammarti. Sono quelli che ti bruciano incandescenti, mica le gambe che cedono durante la corsa. Illusione. Capita. Dopo innumerevoli trip mentali, io, sono arrivata alla conclusione che… detesto ciò che rimane uguale per sempre e non si evolve, non è al passo con le gioie e le tristezze e… la me del momento. (Manco stessi parlando di moda e outfit). Mi volto e mi specchio. Non ci sono più io. C’è solo quello che non mi sarei mai aspettata di non diventare. Non mi riconosco. E non voglio mica guardare in uno specchio che ha intenzione di riflettere solo ciò che non sono più. Non chiedo tanto. Non voglio manco riflettermi in uno specchio che mostra ciò che sono realmente. Mi basta anche solo un pezzo di vetro nel quale possa comparire il riflesso di ciò che pretendo d’essere per sempre. Voglio mantenere una traiettoria lineare. Non voglio uscire fuori traccia, o quantomeno, voglio evitarlo.

Quando scrivo qualsiasi cosa, dò sempre prima il titolo. Il titolo non funge da traccia. E’ uno stimolo. Si aspetta qualcosa da te e tu lo soddisferai. Parlerai di ciò che esso è incaricato di rappresentare guidato dalla luce chiarificatrice che emana. Quest’ultima arriva addirittura fino a me. Ciò non vuol dire che io mi trovi nei bassifondi, vuol dire in realtà che sono ciò da cui iniziano a sgorgare le parole  ovvero il principio: lontano dal presente, vicino al reale. Il reale non smetterà mai di essere tale. Il reale non smetterà mai di essere. 

Comunque voglio ringraziare il past per avermi fatto un grandissimo regalo: la capacità di rimembrare.
Ricordare è comunque un pò vivere, ancor più del sognare. Forse perchè l’idea di essere esistita, mi piace molto di più del fatto che esisto.

 

Settembre e il seme del fallimento

Un giorno la vita mi spiegherà come mai, tra tutte le cose che vorremmo ci piombassero in faccia come un ceffone (l’amore di qualcuno, un posto di lavoro… la felicità!), sceglie sempre settembre. Il giovane frettoloso e felicissimo di vederci tornare che, guardandoci in lontananza arrancare per raggiungere la sua indecisa lunghezza d’onda… Niente. Non fa un cazzo. Ci aspetta seduto con le chiappe su una panchina, di quelle che lasciano segni sul sedere. Ma magari lo facesse per pigrizia. Sarebbe quantomeno comprensibile. Invece no! Ahimè(ahitutti) lo fa per presunzione. Lui non è un mese, lui è il mese. Lui non offre possibilità, è la possibilità ed è anche pezzo unico. Noi non abbiamo aspettative su di lui, è lui che le ha su di noi.
Manco fosse il classico uomo stronzo di turno che incrociamo malauguratamente sulla nostra strada alla disgustosa età di quindic… Alle disgustose età di tutta la vita. Lo stereotipo di maschio che pretende ogni pezzo di te convinto di averne il diritto e il dovere. Come se anche solo aver respirato ossigeno nel suo stesso posto fosse un privilegio per te. E’ lui il regalo inaspettato della sorte e si vuole gentilmente dare a chi lo desidera ardentemente e spassionatamente al modico prezzo di tutto l’orgoglio che hai. (Se sei uomo e stai leggendo l’articolo, volgi la storiella dello stereotipo al femminile. Io l’ho proposta solo perchè sono femmina e fondamentalmente vi detesto, quando agite di merda). Settembre. Ti crolla addosso. Ti fa male. Ha una forza assurda. Si porta via con violenza, noncuranza e menefreghismo tutta la spensieratezza e tutto il sole che sei riuscito a immagazzinare dentro di te (li tira dalla sua parte, li strattona, si avvinghia su di loro e li spinge lontano da te). A me sembra ingiusto. Ha più potere di Zeus. Forse è un dio. Forse è Dio e i cristiani lo venerano da un’eternità senza sapere quanto sia infinitamente stronzo.
Da un pò di anni a questa parte il primo settembre assomiglia al fastidio. Al prurito. A una blatta. Alla sabbia nelle mutande. A Berlusconi. Anche perchè piove e fa un inutile freddo nonostante dovrebbe ancora essere agosto, metereologicamente. Ecco. Forse è una scusa, un alibi perfetto. Forse i meteorologi, anch’essi terrorizzati dal prepotente avvento del cagacasso, hanno dato vita a una convenzione (per la quale a inizio settembre le temperature sono solitamente alte) perchè in realtà erano loro ad essere psicologicamente ad agosto. Non riuscivano a liberarsene. E di conseguenza anche noi, esseri umani, ritrovandoci davanti allo stesso ostacolo mentale, abbiamo approvato. E con piacere anche! Magari per minimizzare il dolore dell’impatto con una superficie tanto netta e liscia (per l’esigenza di separarci da ciò che c’era prima del suo piazzarsidavantianoi) quanto fredda e acuminata (per la cazzimmosa necessità di ricordarci di quanto c’era prima del suo piazzarsidavantianoi e di quanto faremo fatica a trascinarci dietro gli strascichi del passato e le incombenze del presente). Sembra tanto uno di quei tuffi finiti di merda. Quelli finiti con te che entri in acqua di faccia, di pancia, di gambe o peggio ancora di schiena. L’acqua ti picchia. E quando sei in apnea ne senti tutte le conseguenze, accentuate dal fatto che in quel momento ci sei dentro e devi comunque saperti destreggiare, pure intontito e confuso e stupido che quasi piangi.
E quindi settembre ti pesta. Ma così, tanto per. Nulla di grave. Alla fine Rocky Balboa ti avrebbe ridotto peggio! Scherzo. E’ una minchiata.

Quindi mentre combatti devi anche fare qualcos’altro. Come per esempio spianarti la strada, per poter attraversarla al meglio. Prepararti il terreno, per piantare un seme. Molti sono reduci da vittorie e il loro raccolto andrà bene o perlomeno hanno la facoltà di sperarci perchè il loro era un seme particolarmente fertile. Molti, come me, sono reduci da fallimenti. Sono spossati e devastati dalla convinzione (che si radica puntualmente in qualsiasi animo provato) che falliranno a tempo indeterminato. Se fallisci, hai la mente stretta. Non farai spazio a pensieri speranzosi. A futuri positivi. A futuri. Però constatando che di botte ne hai prese, di acido ne hai mandato giù, di calli ne hai fatti potrai avventurarti in un viaggio alla riscoperta di ciò che sei capace di fare. Perchè, confessalo, l’hai dimenticato. Te ne sei scordato completamente. Molto male. Intraprenderai questo trip (niente da fare, la mania della tattica anglosassone non si stacca) e manderai a fanculo (per rabbia e per reazione) tutti quelli che hanno seminato roba vincente arrivando alla conclusione che il seme del fallimento è comunque un seme, ed è fottutamente fertile. Dio se lo è. E’ ricco di soddisfazione futura nel vederlo sbocciare manco fosse erba infestante, malgrado la sua etichetta da “perdente”. Perchè è cadendo che si pianta il seme più promettente: il seme della rinascita. O se è troppo un parolone per te… Il seme del riprovarci! Il seme del valorizziamo le battaglie vinte invece di quelle perse. Il seme del vaffanculo alle intemperie che ne hanno minacciato la crescita. Il seme della gioia sofferta. Che bella è. La si apprezza di più da sofferta, giuro. E’ inconfondibile, ha un sapore deciso ed è nutriente. T’insegna che non esiste una stagione adatta alla semina della vita.
Madonna mia, più che un blog sembra un ricettario alternativo.

“Non voglio più sudare per via del tapis roulant, cazzo.” – dissi a mia sorella. Lei mi guardò esterrefatta.
“Voglio sudare davvero! Voglio sudare che dietro il mio sudore ci sia l’amore per il tentativo. La stanchezza del tentativo. La giustizia del tentativo. Il buco nello stomaco del tentativo. Il fiato corto. Voglio per una volta non avere fiato volontariamente. Voglio decidere di sentirmi quasi soffocare, e ci voglio sudare! E quando crederò di stare per andare via non avrò paura di morire. Avrò voglia di vivere e vivrò.”
E mia sorella mi disse:”Piuttosto che alla morte, attenta al raffreddore! Mamma lo diceva che da sudate si attacca presto.”

Il bentelan e la via di casa

alterazioni del bilancio idro-elettrolitico come ipokaliemia, alterazioni muscoloscheletriche come osteoporosi, complicazioni dell’apparato gastro intestinale, alterazioni cutanee, alterazioni neurologiche come cefalea, vertigini, iperattività, disturbi del sonno, ansia, depressione, disturbi nel comportamento.

Sono abbastanza certa che ogni individuo su questo pianeta, in un determinato momento della propria vita, si accorga di essere affetto dalla sindrome degli effetti collaterali dovuti all’assunzione di Bentelan. Se ne accorge così, come quando ci si sveglia la notte sudati fradici con la voglia di far pipì a mille e il cuore stanco per tutte le volte che, cadendo in fasi profonde del sonno, ha sognato di cadere nel vuoto. Lo scopre notando i diversi sintomi che gli si manifestano giorno per giorno e si pone delle domande del tipo “Ma che cazzo ho?” oppure “Vorrei tanto sapere che cazzo ho, tu lo sai mà?”. Inizi con una progressiva iperattivitàche dimostra quanta voglia di fare repressa tu riesca a tenere a bada. La voglia di fare repressa, precisiamo, è un leone in gabbia in preda all’istinto di sopravvivenza: quindi se non la nutri, ti mangerà e presumibilmente vivo. Poi si presenteranno disturbi del sonno o addirittura totale assenza di sonno. Sei già un soggetto stanco di natura per tutte le battaglie quotidiane dell’infinita guerra (la vita che per quanto possa essere bella, è na guerra bella e buona) che sei costretto a portare avanti senza possibilità di giungere ad un armistizio… e quindi ti culli nella tua stanchezza, cerchi di giustificarla, di trovarle un ripostiglio nella mente ma non fa altro che alimentare i tuoi pensieri affamati di neuroni ed energia. Ed è proprio qui che ti freghi con le tue mani. Sei entrato nel circolo vizioso, non dormirai mai. Successivamente incontrerai una signora, che probabilmente conosci da una vita, che probabilmente detesti come manco fai con l’ebola, che t’indispettisce tanto quanto quel mal di pancia cattivo nel bel mezzo di un appuntamento importante distogliendoti da ciò che senti e provi e conduncendoti in un pianeta parallelo simile a quello che un fumatore d’erba incallito è solito visitare non appena il THC sale e sale e sale… La signora ansia. Le dai il benvenuto tu con la mano perennemente sudata e la gocciolina di sudore che pende e proprio non si decide a scendere a più di metà fronte. Come se anch’essa avesse un’ansia a sè stante. L’ansia… La accogli, la ascolti, la senti sulla pelle e nel petto, la mandi via con la consapevolezza che tornerà alla carica più forte di prima a strozzarti le parole. La respiri, la espiri con accortenza manco fosse l’ultima sigaretta e le dai un’importanza fondamentale, le concedi una potenza che tu neanche ti sei mai immaginato di avere solo perchè sei sempre stato convinto che, se anche l’avessi trovata dentro te, se la sarebbe mangiata lei e non ti avrebbe chiesto di certo il permesso. Questa signora la odi, ma allo stesso tempo ne parli come fosse un’amica di vecchia data che non ti ha mai abbandonato. E’ stata con te anche nel momento del bisogno. Per concludere la lista delle controindicazioni assembliamo depressione e conseguenti disturbi del comportamento. La depressione è subdola. Si insinua  nei tuoi occhi senza che tu abbia la minima idea di quanto te li cambierà e di cosa ti costringerà a vedere. Non hai il controllo. Puoi solo combatterla convincendoti che è una tua stupida scusa per non affrontare il dolore. Così lei si sentirà presa in giro, si sentirà presa per ciò che pensa di non essere e l’abbandonerai. Si, non sarà lei ad andare via. Sei tu l’ospite nonostante tu pensi che sia stata lei a farti visita. Ben presto scoprirai di averla chiamata e da buona Ursula de La Sirenetta ha nutrito ogni tua debolezza e insicurezza divorandoti e mandandoti in cancrena tutto ciò che di buono avevi.

Tutti piccoli ostacoli che se superati da soli e separatamente danno anche un grande senso di fierezza, di salvezza alla fine della fiera. Il problema è che perdi tempo, perdi tempo a risolvere, perdi tempo a risolverti, perdi. Perdi la via di casa. Trovi la via della cura al tuo male, perdi la via di casa.

Casa sei tu e i tuoi sogni. Casa sei tu e i tuoi bisogni. Casa sei tu e la sincerità di chi andava cercando di notte in vicoletti bui la tua felicità dispersa, perchè la notte fa più luce di quanto tu creda, illumina più del giorno. Casa sei tu e gli sguardi che non incrociavi da tempo. Casa sei tu e gioie che temevi non avresti più provato. Casa sei tu e il coraggio di tornarci, da te.

Una volta tornato a casa sei fermamente convinto che nessuno più ti strapperà via dal tuo luogo. Ancora una volta ti sbagli. Dovrai lottare per tenerti stretto l’agognato giaciglio. Come un guerriero. Come Mulan! 

Posso rassicurarti però, dicendoti che se lotti per la tua casa ti sentirai comunque a casa. Percepirai l’odore del tuo ideale, l’odore del terreno in cui hai seminato con tanta cura la tua forza sperando che un giorno possa germogliare in vittoria, l’odore della tua fatica che col tempo hai imparato ad ammirare. E si spera anche ad insegnare. Insegnare che è bello faticare inculca la cultura della soddisfazione e del non perdersi d’animo.

PS. Visto da questa positiva angolazione, il bentelan non è poi tutta sta merda.

Fidarsi

E’ un grande salto nel vuoto.

Io però non ne ho mai avuto paura. Ho amato, ho nutrito affetto, ho compiuto grandi passi, ho affrontato difficoltà, sono meglio di ieri perchè mi sono fidata. Adoro fidarmi perchè adoro spalancare le finestre della mia anima e far entrare aria nuova. Perchè se mi fido mi sento umana e viva e superstite. Sono sopravvissuta a me stessa. E di conseguenza mi fido di me stessa perchè lottando contro me, ho capito cosa mi fa male e quali dolori sono in grado di sopportare. Comunque sappi che il primo passo per fidarti degli altri è fidarti di te. *musichetta del luogo comune*

Mi è stato distrutto il cuore. Tipiche stronzate adolescenziali che però l’animo tende a ingrandire per meccanismo di difesa. Un pò come i pesci palla .
Ma io mi conosco! So che per quanto possa non valerne la pena di strapparsi i capelli dalla testa, questa batosta mi ha presa in pieno come una balla di fieno fatta rotolare contro di me, di proposito. Non ce l’ho con la vita! Il “di proposito” è un riflesso. Sono incazzata e quindi ho bisogno di dichiarare che qualcuno ha una colpa, ma non sono io. Io sono solo la vittima degli eventi. E invece non è così. Per chi si stesse illudendo come me, cambi impostazione mentale.
Noi siamo responsabili quanto i nostri aguzzini del male che ci causano. Perchè in un modo o nell’altro gli permettiamo deliberatamente di farci male, anche solo amando. Se ami l’altro lo sa e usa il tuo sentimento contro di te, quando è intenzionato a incularti. Ci sono stati giorni in cui la mia volontà di non esistere era di gran lunga più forte di quella del nutrirmi (e io amo nutrirmi, eh, precisiamo), giorni in cui pensavo di valere molto meno di quanto mia madre mi ha insegnato a valere, giorni in cui, nonostante il tempo mi fosse scivolato via dalle mani con molta nonchalance e disinvoltura (quasi volesse farmi credere che in realtà era ancora fermo ad aspettare che compissi io un primo passo verso la mia presunta “meta di rinascita”) il passato… Era molto più presente del presente stesso. E lì ho avuto seriamente paura. Paura di rimanere bloccata. E non bloccata in quella vecchia situazione/relazione amorosa che mi sarei dovuta buttare grandemente alle spalle evitando che diventasse una specie di filtro attraverso il quale guardavo la realtà, ma in un circolo vizioso di modi di pensare e atteggiamenti dei quali mi sono sapientemente rivestita, coperta fino agli occhi. Era comodissimo. Posizione perfetta per chi non avrebbe mai avuto intenzione di avanzare, tantomeno indietreggiare. E’ facile avere gli occhi chiusi, dormire ore e ore in una stanza buia che poi altro non è che il tuo guscio . Il problema si presenta quando li apri e il vento ha spalancato le finestre e ha fatto entrare luce. Farà male. La vita lo sa benissimo. Anzi, probabilmente l’ha fatto con l’unico scopo di allenarti ad aprire gli occhi e sopportare il sole. Perchè quando sei al buio sempre, ti fa schifo il sole. E al diavolo tutti quelli che lo adorano, ti dici. Fa cagare, ti dici. Ti fa cagare solo perchè non sei abbastanza tenace da accettare che la realtà (post precedente… sta realtà sta sempre fra i piedi) non si adatta ai tuoi bui. Sei tu che devi adattarti alle sue luci. Poi farai tantissima fatica a fidarti di nuovo.

Io no. Io amo fidarmi. Ancora di più quando cercano di convincermi che rifarlo sarebbe rischioso. Amo concedere la mia fiducia alle persone perchè io sono io, e ho bisogno di dartela e tu sei tu e hai il diritto di prendertela e farne quello che vuoi. Se la tratterai male, beh, pazienza. La fiducia graffiata è ottima. E’ resistente. E attirerà la gente che sa come prendersene cura.