Amore e altre pippe mentali

La verità è che vorrei parlare dell’amore che non ho e non ci riesco perchè non ce l’ho. Le persone, generalmente, riescono a parlare di cose anche scrutandole solo da lontano e senza necessariamente averle toccate. Si avvicinano con la mente all’oggetto, lo sfiorano e poi fuggono! E descrivono, perlopiù, nei loro discorsi, la bellezza della scomparsa della flebile connessione mentale con ciò che non hanno mai posseduto realmente. Io non so farlo con nulla, figuriamoci con l’amore.

Ma forse io l’amore in corpo, come fluido che scorre, non ce l’avrò mai. Lo vedrò solo come un lampo che non esplica il suo tuono. Parlo di quel lampo che illumina stanze intere e che non noterai mai senza occhi aperti. Certo, potrei anche accontentarmi. Ciò significherebbe però fare a meno dell’amore perchè con l’amore ci si sazia, non ci si fa lo spuntino. Forse però io sogno troppo. Immagino sempre che un giorno, qualcuno tiri fuori i miei perchè e non mi aiuti a cercare risposte ma mi mostri che sia così semplice vivere da non aver più bisogno di rispondere per respirare, da non aver più bisogno di morire per rinascere.
Non sto parlando di cos’è l’amore. Credo di star parlando di cosa sia l’amore dentro di me. E’ un germe immobile, e fin quando rimarrà tale non potrò viverlo. Ma in cosa ha bisogno di trasformarsi un germe per diventare ciò che vorrei diventasse? Forse in nulla. Forse dovrebbe semplicemente infettarmi, indurmi alla dipendenza e quindi cercare un antidoto, o un altro malato. Non so neanche cosa sia questa dipendenza, questa infezione.

Conosco solo l’attrazione fisica e mentale e sono totalmente incapace di provarle assieme. So con chi farei l’amore, quello fisico, so con chi parlerei per ore. Eppure non so mai con chi amerei. Forse non avendo mai amato, penso che ciò a cui porti il sentimento sia amare assieme, in due e non amarsi l’un l’altro. Oppure potrebbe essere proprio così.
Ho paura anche solo di rifletterci. Che poi alla fine, amare assieme cosa? L’essere veri, in carne ed ossa e il toccarsi, il congiungersi, l’apprezzare le parti ruvide della pelle fino a reputarle lisce, l’annegare nel buio e non avere mai paura della sua infinità. Parlo a vanvera ma nel caso qualcuno abbia riconosciuto considerazioni almeno parzialmente giuste, beh, può farmi un cenno.

Non voglio essere affamata di sola carne come tutti. Voglio aver fame di parole difficili da pronunciare, di spasmi per l’incertezza e l’inconsapevolezza e voglio aver fame di sudore dopo il coraggio di aver parlato nel cuore di chi volevo ascoltasse. L’uragano di sensazioni che mi aspetto mi fa apparire sempre molto ambiziosa agli occhi delle persone che hanno sempre affrontato solo un pò di pioggia. E a volte grandine. Ma è normale.

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Sailing down the river alone

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Ho fatto tutto da sola da quando ho capito che il peso di me stessa non posso lasciarlo sostenere a nessuno. Il tempo mi ha screpolato le mani come faceva quel sapone poco rispettoso del pH della mia pelle. E’ stato severo, ingiusto, arido e sfacciato. Spesso ho pensato di dover necessariamente mandare tutti i frutti degli sforzi in fumo per indurlo a rallentare e ad essere più clemente ma non mi ha cagata di striscio. Alla fine sono sempre qua, con tutti i pezzi di carta che ho stracciato. Ho preso fogli nuovi. Tutti bianchi. Ancora.

Ho provato a scrivere più e più volte. Ho cambiato fogli, penne, occhiali, personalità, colore dei capelli, giudizio. Non sono mai riuscita a scrivere una parola. Ora è diverso solo perchè mi sento più coraggiosa e più pronta ad affrontare il fatto che non sempre riesco ad essere chiara a me stessa. Mi ha dato fastidio che il fiume io l’abbia dovuto percorrere da sola, che io abbia dovuto assorbire tutta l’umidità delle intemperie e respirare un’aria che non mi apparteneva con l’aspirazione a volerla nei polmoni per sempre e con la consapevolezza di dover smaltirla durante il viaggio verso casa. Sembro un fottuto meteorologo.
E’ stato difficile svegliarmi e allacciarmi le scarpe la mattina per circa un mesetto. Ho avvertito quella sensazione di spossatezza tipica di chi è depresso e/o stanco di correre. Io non ho corso mai, però. Ho sempre e solo avuto la sensazione di stare correndo e ho fatto in modo che tutti gli altri lo percepissero e avessero tipo… pietà di me.
Il modo in cui sono arrabbiata con me stessa non può essere descritto. Ho lasciato che tutto mi capitasse, ho dato il permesso a chiunque di toccarmi, non mi sono protetta più. L’illusione che io stessi correndo mi faceva sentire intoccabile ma alla fine tutti mi hanno sfiorata e io ho innalzato il mio stupido trofeo senza un reale motivo e senza che neanche mi fosse dovuto. Il mio trofeo è la convinzione.

Quando sono in macchina con mia madre metto sempre in play la stessa canzone: Listen Up degli Oasis. Non lo faccio mica per me! Lo faccio per lei, perchè spero sempre che possa parlarle al posto mio di me e dei miei sogni, delle mie ambizioni, di quello che vorrei fare per me e per la mia maturità. Lo faccio perchè quando il tizio comincia a cantare sembra che abbia il mio cuore al posto del suo e quindi i suoi battiti e la loro velocità sono uguali ai miei. Ha gli stessi brividi che ho io quando sente la speranza che qualcun altro legga se stesso tra le righe della sua canzone espandersi nel petto, secondo me. Tanto i brividi non cambiano mai. Anche nel 1994 erano così, forse.
La gente non mi ascolta più da circa 3 anni. Parlo da sola, parlo a me stessa. Tutto quello che penso è compresso e  diventa un groviglio che non riesco a trasformare nemmeno in parole. E quindi non scrivo più.
Quando sono in macchina con papà, invece, metto in play solo le canzoni anni 70/80 che piacciono  a lui. Non lo faccio mica per lui, però! Lo faccio per me. Sembra che ascoltandole io mi convinca di avere l’età di mio padre e le sue spalle larghe e mi sento meglio. Mi sento più vicina alla pace. Dei miei anni ne parlano tutti male. Dicono che siamo in guerra e che la generazione è bloccata e mentalmente sterile. E allora io che ne faccio parte mi sento in dovere di distaccarmene almeno per 10 minuti. Bastano e avanzano perchè, da masochista quale sono, voglio subito tornare a farmi mancare gli anni che non ho mai vissuto.
Dato che nessuno prova più niente di concreto e fondamentalmente neanche io, mi diverto a ricevere i duri colpi dell’impossibilità di riprodurre realtà passate. A cosa mi sono ridotta?

Quando sono in macchina da sola io la musica la metto comunque perchè dato che al casino che ho nel cervello non potrò mai dare un ordine, ne approfitto per disordinarlo ancora di più. Tanto il disordine un senso ce l’ha. Mi piace tipo ascoltare cose che credo e spero di aver già ascoltato prima di nascere perchè mi portano ricordi di posti che credo e spero di aver già visitato prima di nascere. Insomma di questo presente mi piace solo il fatto che vivo, la modalità la detesto. Il difetto delle persone come me è quello di crogiolarsi nella staticità delle situazioni. Il pregio è quello di riuscire ancora a provare paura di rimanere fermi per sempre. Per questo ho una playlist infinita.

Credo che la cosa che ami di più al mondo sia suonare la chitarra all’aperto. Non ho mai paura di nulla quando lo faccio. Non ho paura neanche delle api durante le giornate calde!
E sembra che io voglia spontaneamente che il sole mi illumini o che la pioggia mi bagni senza pensare alle conseguenze. Un pò come quando amo. Io mi inchino alla potenza del mondo, io non sono onnipotente. Io sono ancora una che vive.

Some might say

 

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Alcuni potrebbero dire che siamo persone strane, che con il coraggio che usiamo per metterci a nudo e mostrare i lati più particolari del nostro essere potremmo fare cose ben più costruttive. Tipo omologarci. Ma noi non lo facciamo.

Alcuni potrebbero dire che spaventiamo chi ci sta vicino perchè tendiamo a sottolineare tutte le sfumature della vita, anche quelle che andrebbero ignorate. Ma da quando in qua esistono sfumature della vita da ignorare? Alcuni potrebbero dire e di conseguenza ficcarci in testa con prepotenza che non valiamo perchè loro non temono gli avversari forti, bensì quelli con l’anima pura, sulla quale puoi scriverci km di storie e sapere che il candore emanato da ogni sua singola molecola ne proteggerà l’autenticità.
Alcuni potrebbero dire di averci usato, spudoratamente, senza riguardo verso di noi e del nostro vissuto, del fatto che non ferisce tanto il gesto quanto l’evidenziare il gesto stesso. Un conto è fare del male e poi chiedere scusa e/o scappare, un altro conto è farlo per l’acido gusto di sbattercelo in faccia. Che nessuno si lamenti quando poi serriamo occhi per non guardare e il cuore per non amare.
Alcuni potrebbero dire di essere fuggiti per difendersi dai propri sentimenti. Lo vengono a dire proprio a noi, che invece dei sentimenti ne facciamo spade e scudi. E ci incazziamo da morire perchè, anche senza fiato e forze, pensiamo sempre che vada la pena combattere.
Alcuni potrebbero dire di considerarci troppo riflessivi, troppo complessati, troppo noi. Un silenzioso invito a piegarci agli standard, a non pensare più, a non ponderare le scelte perchè non tutte sono importanti, a non respirare a pieni polmoni dal momento che nel mondo c’è poco ossigeno.
Alcuni potrebbero dire che abbiamo tenuto persone senza mai dare, senza mai darci e che le abbiamo poi abbandonate perchè fondamentalmente siamo vili, siamo vigliacchi. Noi gli consigliamo di andar via, loro vanno via, lontano. Ed è chiaro, peró, che non conoscano il senso del ritorno dopo un lungo viaggio. Perchè non è detto che si debba per forza partire con lo scopo di restare altrove.
Alcuni potrebbero dire che è colpa nostra e che lo sarà sempre perchè ce l’abbiamo scritto negli occhi che siamo la causa di tutti i disastri. E allora cerchiamo di strapparci gli occhi più volte, non immaginando che avere un cuore che batte nelle pupille ci rende solo artefici, mica colpevoli.
Alcuni potrebbero dire che amiamo troppo la musica e ciò ci distacca dalla realtà, altri che siamo fissati con una determinata band. Sono le stesse persone che soffrono di tossicodipendenza o di manie di protagonismo o di chiusura mentale acuta. Guai se la diagnosi la fai a loro però, eh. Poi gli diventi invidioso.

Alcuni potrebbero dirci come vivere la nostra vita non essendo minimamente informati a riguardo. Ci propineranno consigli da manuale, ci invoglieranno a comportarci in un certo modo, ci esorteranno a migliorare ogni giorno proprio come fanno loro. In risposta, io, gli direi di volare via e di raggiungere mete che non hanno mai conosciuto tipo la corteccia cerebrale. Ma così è troppo poco stiloso e poi il soggetto non sono solo io…
Facciamo così.
Gli diciamo che non abbiamo bisogno di lezioni private, piuttosto di lezioni personali. Di quelle che ricaviamo dopo un rifiuto o dopo aver toccato la morte con un dito. E quelle possiamo procurarcele anche da soli. Costeranno molto di più ma avranno il quintuplo del valore.

Alcuni potrebbero dire che troveremo un giorno più luminoso, ma questa è un’altra storia. E a raccontarvela ci pensa qualcun altro, per ora. 

Born on a different cloud

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Vogliamo parlare dei miei sbagli? Probabilmente non sono neanche così tanti. Sono solo… stupidi. E il che li rende imperdonabili. La banalità del mio errore non mi fa dormire la notte e, se dormo, sogno di sbagliare meglio, più forte, in modo più ragionato e concreto. E sudo, pensando alla vastità di azioni che avrei potuto compiere e parole che avrei potuto utilizzare per evitare di chiudere totalmente le porte al Giusto e di farlo aspettare lì, nel suo senso di incompiuto. Perdo il filo del discorso, del pensiero, del taciuto, dell’astratto. Mi confondo e guardo il cielo. Va addirittura peggio: non potendo fare lo zoom con gli occhi, lo faccio con l’anima. Puntualmente l’azzurro mi riflette e assieme a me riflette anche le mie cose non giuste. Che colpa ho io se gli errori bussano alle spalle e mi sembra di sentire il mio cuore che batte? Considerando ció non posso rimproverarmi: come si chiede al cuore di battere a un ritmo diverso? Come posso chiedermi di sbagliare meglio?

Io non voglio sbagliare più. Chiederò a Babbo Natale che non voglio sbagliare più. Sono davvero stufa. Oggi ho augurato a tutta la mia generazione d’essere una generazione pesante, perchè nel caso in cui non lo fosse si giocherebbe la possibilità di diventare leggera, un giorno. Le mie valigie sono sempre state pesanti: le ho riempite spesso di vestiti che non avrei comunque mai messo giusto per il gusto di trovare qualcosa da abbinare alla pesantezza della mia voglia di fare soppressa più o meno all’altezza della gabbia toracica. Perchè quando cambio posto (anche solo momentaneamente) mi gonfio. Divento colma di cianfrusaglie raccolte per le tortuose strade della vita e non riesco a spiegarmi il costante bisogno di portarmele dietro ovunque. Ho chiesto a tante persone:”Non è che conosciate un modo per smettere di sentire la necessità di conservare per paura di non percepire più nulla?”. Inutile dire che le tante persone siano scappate a gambe levate. Io sono una persona pesante. Spavento. Le persone fuggono da me e non riesco ad impedirglielo, non riesco a esclamare con decisione e fermezza di restare con me perchè “sono solo momenti di smarrimento“. Non lo sono assolutamente!!! Sono parti del mio tessuto epiteliale, della mia retina, delle mie terminazioni nervose, della mia spina dorsale, del mio coccige, della mia rotula, del mio sistema respiratorio. Perchè cazzo dovrei usare simili scuse? Io sono questi momenti.

La mia generazione è già leggera, perchè dentro le valigie porta solo lo stretto necessario e… anche dentro sè. Anzi, sarò più realistica: la mia generazione, dentro, non ha un bel cazzo. Credo davvero che ne vada fiera. Chi ne fa parte non saprà mai come volare. Daltronde non si può spiccare il volo uno sull’altro, tutti ammassati, tutti con le stesse menti, la stessa strada percorsa, tutti con le stesse ali. Io credo di avercele, le mie ali. In realtà vivo con la certezza che un giorno mi spunteranno e che, quello stesso giorno, volare vorrà dire respirare. La loro particolarità è essere simili ai miei occhi: come i miei occhi vedono il mondo, così le mie ali lo percorreranno. In lungo e in largo. Questo mi eccita da morire.

Forse ci ho preso gusto a sbagliare. Forse perchè voglio sapere di più sul mondo, su di me. O forse semplicemente perchè mi piace dare la dimostrazione che, ogni giorno, sono in grado di resuscitare dal dolore. Suona altezzoso, eppure non lo è. Oggi nel mondo non mi è dato lasciare alcuna traccia di me. Sarebbe troppo personale, troppo poco in linea col resto. Verrebbe cancellata, proprio come i miei passi in riva al mare. Ma il mondo non è come il mare, non cancella per istinto e per natura: chi ci abita ha paura di essere irripetibile. E per qualche strana ragione, gli abitanti della Terra, temono anche chi prova, aprendosi le piaghe in pubblico ogni santo istante, a rendersi irripetibile. Io voglio provare il mio dolore, quello che mi diversifica e mi eleva. Quello che mi fa pensare di voler morire. Quello che mi fa decidere di voler vivere. Per sempre. E’ così difficile da accettare?

Immagino che un giorno gli esseri viventi si ritrovino a dover curare con impegno e dedizione le loro menti perchè saranno l’unico fattore capace di garantire distinzione. Impegno e dedizione che per anni e anni hanno utilizzato occupandosi dei kimono pallascesa, dei cocktails abbinati ai colori dei reggiseni e alla tinta sui peli pubici. Eppure a me, a occhio e croce, i neuroni sembrano più utili. In ogni caso, nonostante io abbia parlato in modo parzialmente positivo dei miei errori, non posso assolutamente nascondere a nessuno di voi che di alcuni sbagli mi pento amaramente. Per quanto possa essere grata al dolore post-mistake, c’è qualche mistake che mi ribollerà dentro per sempre. C’è sempre quell’occasione perduta di proposito, al fine di salvaguardarci la pelle, che ci perseguiterà per il resto dei nostri giorni. Un po’ come quella vibrazione avvertita nello stimolare una cicatrice che poi tanto cicatrice non è. I nervi sono ancora tutti caldi, tutti pronti a contrarsi, tutti pronti a vibrare di nuovo, ancora e ancora. Le cicatrici, allora, non sono altro che ferite aperte per sempre ma rassegnate al fatto che nonostante tutto e tutti possano toccarle, non potranno mai più sanguinare.

Io sono semplicemente nata su un’altra nuvola. Non poteva andare diversamente. Daltronde, dopo la morte, una nuvola comune non riuscirebbe a sostenere il peso di un cuore che ancora ha voglia di battere.

Someday you might find your hero

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Ci sono momenti in cui la vita ti mette a dura prova. Momenti in cui hai proprio bisogno di salvezza, di un eroe. In un primo momento ho pensato al mio papà, il più grande di tutti per me. Ma per le questioni d’animo debole un suo abbraccio e svariate parole di conforto bastavano a sedare, a comprendere che tutto è risolvibile ma non erano del tutto in grado di sanare un’interiorità alla ricerca della causa della sua compromissione. Sicchè, tutta impegnata a ritrovare il mio “better place to play”, tra le insidie di cunicoli stretti e soffocanti e colmi di macerie, col cuore, ho udito della musica e una voce: mi sono accorta che l’errore era proprio lì, nell’ascoltare con le orecchie, limitate al semplice suono e mai desiderose di indagare nelle vene dello stesso. Perchè in quelle vene circola il sangue del mondo. E a furia di trasfusioni, contraiamo la libertà.

Così mi sono ammalata di libertà. E ho comprato i biglietti per Noel Gallagher. Il 9 luglio mi vado a riprendere il mio pezzo di vita. Grazie a chi ha reso possibile la realizzazione del mio sogno.

Ho guardato il tuo posto, vuoto.

Ricordo che un tempo riuscivo a ricordare
ricordo che scarnificavo senza manipolare
e un sorriso rassicurante non smetteva di gelare
la mancanza che mi avresti affidato prima di andare
prima di gravare

Scusami se non smetto di cercare
il mio tremare nel naufragare
la sofferenza sei tu
che nei miei uragani sai nuotare
prevedendo il vento del tuo respirare

non mi hai lasciata
ti sei solo buttata
una volta e per tutte
dentro la mia anima
inconsapevolmente condannata
inconsapevole

Mi chiamavi ‘Pippilla’. Non ti ho mai dimenticata. Se respiro vuol dire che vivo. Se ti respiro vuol dire che vivi.

alla mia mamma, più che nonna

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Immune nel buio

stare sveglia fino a tardi
non è insonnia
è determinazione
è forte inclinazione
a gestire un’alba che assale
come l’inadeguatezza
di un pianto che ti spieghi male

il giorno illumina ciò che sono
il giorno illumina ciò che sarò
imparo dalla notte a difendermi
da ciò che non curerò

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A song which says it all

Hold up
hold on
don’t be scared
you’ll never change what’s been and gone

may your smile (may your smile)
shine on (shine on)
don’t be scared (don’t be scared)
your destiny may keep you warm

cause all of the stars
are fading away
just try not to worry
you’ll see them some day
take what you need
and be on your way
and stop crying your heart out

get up (get up)
come on (come on)
why’re you scared? (i’m not scared)
you’ll never change
what’s been and gone

cause all of the stars
are fading away
just try not to worry
you’ll see them some day
take what you need
and be on your way
and stop crying your heart out

cause all of the stars
are fading away
just try not to worry
you’ll see them some day
take what you need
and be on your way
and stop crying your heart out

we’re all of us stars
we’re fading away
just try not to worry
you’ll see us some day
just take what you need
and be on your way
and stop crying your heart out
stop crying your heart out
stop crying your heart out

She’s electric

“A volte mi sento impotente” (mi disse, quasi soffocando nell’incomprensione e nel circolo vizioso della non-reazione).
Ed io, ricordandomi dei miei 16 anni, nei quali proprio mai mi è sembrato di avere poteri su di me e sulla realtà che mi circonda, avrei voluto rispondere con una massima che difendesse gli occhi dalle intemperie del cuore e dal bruciore… ma rovesciai la ciotola contenente tutta la mia insoddisfazione. Rovesciai la ciotola un pò per divertimento, un pò perchè le dure/spavalde profumano di battaglia e polvere da sparo, un pò perchè non conosco altre modalità di approccio col mondo oltre l’impulsività e l’uso di parole sempre rigettate senza premeditazione. E quindi gli dissi che se per “a volte” intendesse “tutti i giorni della vita esclusi i momenti di successo in intimità col partner”, la sua affermazione sarebbe stata valida anche per me e avrebbe dovuto sentirsi meno solo e meno sfigato. E anche se sul “meno sfigato”, avessi molti dubbi (dal momento che la mia condizione esistenziale non fosse tra le migliori) non me la risparmiai affatto. Credevo fermamente che essere stronza e mandare via le persone potesse, al contrario, avvicinarle. Tutte le teorie di logica inversa che reputavo dogmatiche, si sono rivelate essere la più grande fregatura di sempre perchè, alla fine della fiera, non solo ero sola ma mi ritrovavo anche con il solito saporaccio amarognolo in bocca di quando, mettendo in atto piani nei quali rischio di perdere qualcuno con lo scopo e con la certezza che, ammaliato dal retrogusto dolce del probabile rifiuto, non vada via manco pagandolo… quel qualcuno poi, va via. E come rido, poi! Non riesco a piangere pensando d’essere stupida. Posso solo ridere. Al massimo mi guardo allo specchio e m’immagino ben vestita sorseggiando Gin and Tonic. E mi riecheggiano nella mente, soffici e aguzze, le parole della canzone che più mi ferisce “We’re throwing it all away at the end of the day”. Mi incazzo perchè non sono assolutamente in grado di cambiare le cose. Ci provo in tutti i modi, ma in tutti i modi le cose rimangono fottutamente uguali. Ho la capacità di convincermi che tutti i passi in avanti compiuti, siano solo mascherati da passi in avanti compiuti e che in realtà retrocedo o, quantomeno, rimango stabile e aleatoria nel mio cantuccio stupido. L’ho scritto anche in altri post, lo scrivo ovunque: la soddisfazione, nella mia vita, è reperibile solo ascoltando musica. Mi sono calata in una forma di ascetismo musicale. Disprezzo tutto, disprezzo anche me stessa quando riesco. Ma venero ciò che mi conduce, che mi guida, che mi ispira e mi sorregge, che mi corregge e protegge. Una canzone come scudo e mi sento pronta alla guerra. Spesso mi sono anche detta d’essere una palla al piede, parlo sempre di musica. Spesso mi sono anche detta “non assumere un atteggiamento da guerriera nei confronti della vita, perchè non è mica una guerra, la vita!”. Però tutto questo mi pareva troppo ingiusto. Se la vita non fosse una guerra, io non sarei una guerriera, e quindi il diritto al sogno e all’illusione sarebbero andati a farsi fottere. Ma io ne ho bisogno. Tutti ne hanno bisogno: come facciamo a buttare giù muri senza immaginare e credere che questi siano materassi? Come facciamo ad accettare che qualcuno muoia senza pensare che sopravviva altrove? Quest’ultimo quesito per molti è religione. Per me è solo una domanda. E… come faccio a vivere, a sopportare, a sopportarmi e a ringraziarmi senza credere fermamente alla me guerriera? La me normale, semplice persona di sesso femminile, non mi entusiasma proprio un cazzo. E’ fine a se stessa, non ha sbocchi, può solo agire e ottenere risultati (magari, LOL). La me guerriera può anche sentirsi viva quando sta per morire, può anche sentirsi viva quando sta per vivere.

Ah, dimenticavo. Mi piace canticchiare “I need to be myself, I can’t be no one else” nel mio bagno accentuando quel myseeeeeeeaalf, come Liam Gallagher. Mi piace immaginare che possa sentirmi.
Mi piace dirmi che sono elettrica. Mi piace credere che chiunque mi tocchi subisca le conseguenze del gesto avventato. Mi piace credere che toccarmi equivalga ad assumersi responsabilità. Mi piace pensare che l’avvicinarsi a me è già conseguenza di una lunga meditazione. Anche se poi non lo è mai. 

E tra poco l’anno è pure finito. Muoio sempre un pò, ogni tanto, così. Ma in particolare, mi annullo quando vedo l’anno andare via. E seguendolo con lo sguardo corroso e fuori tempo e dolcemente sconsiderato, mi accorgo che non muoio, bensì mi dissolvo gradualmente nel dolore di un “grazie a me stessa” (per ogni schiaffo e lacerazione che sono stata capace di catalogare come tali, e non come fottuti sbagli o incidenti) ingoiato come lo sciroppo a banana per il mal d’orecchie. Forse è quando cominci a ringraziarti che cominci a non morirti più tra le mani alla fine di un percorso. Forse cominci a non morire quando non ti dissolvi, non scompari ma resti ben visibile e bene in mostra in modo che tutti possano accorgersi di quanto la luce del tuo riconoscimento verso te stessa ti illumini più della luce del sole.

I need to be myself
I can’t be no one else
I’m feeling supersonic
Give me gin and tonic
You can have it all but how much do you want it?
You make me laugh
Give me your autograph
Can I ride with you in your B.M.W ?
You can sail with me in my yellow submarine

You need to find out
‘Cos no one’s gonna tell you what I’m on about
You need to find a way for what you want to say
But before tomorrow

‘Cos my friend said he’d take you home
He sits in a corner all alone
He lives under a waterfall
No body can see him
No body can ever hear him call

You need to be yourself
You can’t be no one else
I know a girl called Elsa
She’s into Alka Seltzer
She sniffs it through a cane on a supersonic train
She made me laugh
I got her autograph
She done it with a doctor on a helicopter
She’s sniffin in her tissue
Sellin’ the Big Issue

She needs to find out
‘Cos no one’s gonna tell you what I’m on about
She needs to find a way for what she wants to say
But before tomorrow

‘Cos my friend said he’d take you home
He sits in a corner all alone
He lives under a waterfall
No body can see him
No body can ever hear him call

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Dopo tanto tempo… sono riuscita a non scrivere una poesia per dire quello che penso. VIAAAAAA !

 Vostra Lyla