Fretta

petto intriso di pianto
le lacrime ristagnano, intanto

e vorrei crollasse il mondo
così lo sentirei addosso il macigno
e non nel punto in cui, dentro, d’irrisolto grondo
guardandomi reprimere l’ordigno

forse un giorno mi ridarai della fretta l’incanto
d’un armistizio chiesto a un bacio ormai affranto

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Canzone felice

il mondo mi ascolta
come se fossi una canzone
felice solo alla prima impressione
morente fino all’ultima emozione
incolta

però resto, ma sono comunque percepita
quasi stessi morendo per essere nuovamente concepita

però ho il fiato che va a male
carenza speciale
di chi dalle note si fa strozzare la melodia vitale

Fenice

dita nella ferita più esposta
accorgerti che l’hai solo nascosta
accorgerti che non è ancora sfiorita
che la passione morta è una sorta di vita
e il sospiro dimesso ma molesto di un’altra bella fatica

fammi sempre inspirare sgomento,
con l’ostinazione di quando so che ogni attimo è il mio momento 
e sappi che vivere non è mai stato il mio intento
ma da sempre il mio più grande talento

Ciò che mi riserva il passato

La leggenda narra che io (come tutti) debba desiderare di sapere cosa mi riserva il futuro. Voglio dire: ci rendiamo conto di quanto cazzo sia difficile vivere per noi esseri umani? Vivere e basta. Vivere e avere solo la facoltà di immaginare cosa diamine sarà il nostro “domani”. E’ una pezzarculo abnorme. Comunque, fantasticare è un qualcosa di straordinario. E’ il più importante tra i tantissimi tipi di dialoghi che frequentemente intratteniamo con la nostra persona. In me, in te, in tua cugina arde un pericolosissimo desiderio che è quello di far diventare i sogni …realtà. Basilare, semplice. E’ una meta fondamentale! Dimostrazione che se possiamo sognarlo, possiamo farlo. Credo però che questa sia una meta a metà strada. Hai mai pensato a quanto sei sfortunato a non riuscire ad apprezzare a dovere la possibilità di trasfigurare la realtà nei sogni (o anche nei normali pensieri quotidiani)? La meta alla fine della strada è questa. Hai la possibilità di spaccarti il cervello di viaggi, d’amore, di azione, di gioia, di giallo, di pianeti inesistenti, di storie… delle tue storie, tra l’altro! Hai la possibilità di considerare, silenziosamente e senza intralciare il cammino di nessuno, il mondo come qualcosa che appartiene a te: è tuo. Non sei più tu ad essere inghiottito dalla sua forza motrice bastarda e troppo scontata per essere vera ma comunque vera, bensì è proprio lui che si lascia spappolare e sbriciolare tra le tue mani per poi cadere a terra, oramai in tanti piccoli pezzetti, e abbandonarsi al potere della brezza di una qualsiasi stagione della tua anima volando via e trasformandosi in ciò che vorresti fosse davvero. Guarderai gli alberi muoversi a causa tua e ti sentirai responsabile del contatto tra ciò che il mondo è diventato per tuo ordine/amore e il cielo, e forse ti colpevolizzerai per aver tolto l’occasione all’azzurro di rimanere essenziale. Acquisterà un certo spessore, che non è più irraggiungibile, divino, etereo, inarrivabile… ma terreno, terrestre, quasi volgare. Anche il cielo, nella tua testa, perde la sua verginità light-blue. E ti renderai conto per questo che anche ciò che non hai accanto è umano. Più umano di quanto pensi, meno umano di quanto speri. Sognare è un bisogno. Oppure deve assolutamente esserlo. Imbrattare, distruggere i muri nella tua città ti farà sentire ribelle e fuckdasystem di sicuro. Ma fare lo stesso con i muri che occludono la tua percezione di ciò che è, era e forse sarà è fottutamente liberale. 
Se hai bisogno di sognare vuol dire che hai bisogno di vivere per continuare a sognare. Ciò equivale a voler raggiungere quella sensazione di pienezza notturna pre-sonno (che solo un sognatore può vantarsi di provare) che incombe in un posticino definito da qualcuno organo involontario vitale, nonostante sia lui a decidere fino a quando ti emozionerai nel sapere che esisti e nessuno più esisterà mai come te. 

In ogni caso, hai una specie di copertura a lungo termine e quasi sempre indolore per quanto riguarda il “ciò che ti riserva il futuro”. Perchè il futuro ti riserverà qualcosa in ogni caso. La mia domanda è: non è che il passato sia passato solamente per sport? :/ Una botta e via. Toccata e fuga. Manco fosse un piccione che ti caga in testa perchè doveva andare così e tu non hai neanche il diritto di chiederti “COME MAI TUTTA QUESTA MERDA NELLA MIA VITA?” dato che sarai impegnato a inchiodarti salmonella e escherichia coli sulle mani che sciacquerai con ossessività e alcol per una settimana e 3 giorni.
Sfatiamo il mito del futuro imprevedibile. Il vero mito imprevedibile è quello del passato. E’ dietro di te e ti colpisce alle spalle. A volte ti sta così dietro che credi, invece, ti stia davanti. Ti confonde. Ti consuma. Spesso ti costringi a sovrapporlo al tuo presente o addirittura al tuo futuro perchè hai paura che possa non tornare più. E in realtà è così. Convinciti. Non torna mai più. Sei tu che vai verso i tuoi obiettivi con la testa semi-voltata verso la direzione opposta a quella giusta. Lo guardi da lontano quel maledetto e ti piace distruggerti apprezzandolo e bramandolo più di quanto già non avessi fatto quando era il tuo “adesso”. Sono gli occhi della velocità nell’allontanarti dal vecchio te a infiammarti. Sono gli occhi della velocità nell’allontanarti e basta, a infiammarti. Sono quelli che ti bruciano incandescenti, mica le gambe che cedono durante la corsa. Illusione. Capita. Dopo innumerevoli trip mentali, io, sono arrivata alla conclusione che… detesto ciò che rimane uguale per sempre e non si evolve, non è al passo con le gioie e le tristezze e… la me del momento. (Manco stessi parlando di moda e outfit). Mi volto e mi specchio. Non ci sono più io. C’è solo quello che non mi sarei mai aspettata di non diventare. Non mi riconosco. E non voglio mica guardare in uno specchio che ha intenzione di riflettere solo ciò che non sono più. Non chiedo tanto. Non voglio manco riflettermi in uno specchio che mostra ciò che sono realmente. Mi basta anche solo un pezzo di vetro nel quale possa comparire il riflesso di ciò che pretendo d’essere per sempre. Voglio mantenere una traiettoria lineare. Non voglio uscire fuori traccia, o quantomeno, voglio evitarlo.

Quando scrivo qualsiasi cosa, dò sempre prima il titolo. Il titolo non funge da traccia. E’ uno stimolo. Si aspetta qualcosa da te e tu lo soddisferai. Parlerai di ciò che esso è incaricato di rappresentare guidato dalla luce chiarificatrice che emana. Quest’ultima arriva addirittura fino a me. Ciò non vuol dire che io mi trovi nei bassifondi, vuol dire in realtà che sono ciò da cui iniziano a sgorgare le parole  ovvero il principio: lontano dal presente, vicino al reale. Il reale non smetterà mai di essere tale. Il reale non smetterà mai di essere. 

Comunque voglio ringraziare il past per avermi fatto un grandissimo regalo: la capacità di rimembrare.
Ricordare è comunque un pò vivere, ancor più del sognare. Forse perchè l’idea di essere esistita, mi piace molto di più del fatto che esisto.

 

Freddo

E’ un momento difficile per scrivere articoli, argomentare, fissare idee in parole decise. Mi arrangio con qualche poesia. In periodi simili i pensieri sono così corposi e animati che quasi ti sembrano prendere vita che non riescono a passare la dogana tra la psiche e la penna. Marciano nella mente imponendosi come se fossero la nuova lingua ufficiale del tuo stato d’animo. Ed è forse questo il motivo per cui non riusciamo a buttarli su carta neanche in modo disordinato e sciatto. Perchè non li comprendiamo. E’ un’idioma di colonizzazione. Noi… esseri umani colonizzati dal nostro mondo interiore.

Sono uscita fuori, temperatura glaciale
sono entrata in me, gelido uguale…
speravo in un’escursione di morale.
Eppure ancora vado animando scalpore
in una predestinata  piaga che elargisce torbido timore.
E sarai tagliente da farmi sanguinare calore

e sarai tagliente da ammazzare l’impassibile torpore.

Settembre e il seme del fallimento

Un giorno la vita mi spiegherà come mai, tra tutte le cose che vorremmo ci piombassero in faccia come un ceffone (l’amore di qualcuno, un posto di lavoro… la felicità!), sceglie sempre settembre. Il giovane frettoloso e felicissimo di vederci tornare che, guardandoci in lontananza arrancare per raggiungere la sua indecisa lunghezza d’onda… Niente. Non fa un cazzo. Ci aspetta seduto con le chiappe su una panchina, di quelle che lasciano segni sul sedere. Ma magari lo facesse per pigrizia. Sarebbe quantomeno comprensibile. Invece no! Ahimè(ahitutti) lo fa per presunzione. Lui non è un mese, lui è il mese. Lui non offre possibilità, è la possibilità ed è anche pezzo unico. Noi non abbiamo aspettative su di lui, è lui che le ha su di noi.
Manco fosse il classico uomo stronzo di turno che incrociamo malauguratamente sulla nostra strada alla disgustosa età di quindic… Alle disgustose età di tutta la vita. Lo stereotipo di maschio che pretende ogni pezzo di te convinto di averne il diritto e il dovere. Come se anche solo aver respirato ossigeno nel suo stesso posto fosse un privilegio per te. E’ lui il regalo inaspettato della sorte e si vuole gentilmente dare a chi lo desidera ardentemente e spassionatamente al modico prezzo di tutto l’orgoglio che hai. (Se sei uomo e stai leggendo l’articolo, volgi la storiella dello stereotipo al femminile. Io l’ho proposta solo perchè sono femmina e fondamentalmente vi detesto, quando agite di merda). Settembre. Ti crolla addosso. Ti fa male. Ha una forza assurda. Si porta via con violenza, noncuranza e menefreghismo tutta la spensieratezza e tutto il sole che sei riuscito a immagazzinare dentro di te (li tira dalla sua parte, li strattona, si avvinghia su di loro e li spinge lontano da te). A me sembra ingiusto. Ha più potere di Zeus. Forse è un dio. Forse è Dio e i cristiani lo venerano da un’eternità senza sapere quanto sia infinitamente stronzo.
Da un pò di anni a questa parte il primo settembre assomiglia al fastidio. Al prurito. A una blatta. Alla sabbia nelle mutande. A Berlusconi. Anche perchè piove e fa un inutile freddo nonostante dovrebbe ancora essere agosto, metereologicamente. Ecco. Forse è una scusa, un alibi perfetto. Forse i meteorologi, anch’essi terrorizzati dal prepotente avvento del cagacasso, hanno dato vita a una convenzione (per la quale a inizio settembre le temperature sono solitamente alte) perchè in realtà erano loro ad essere psicologicamente ad agosto. Non riuscivano a liberarsene. E di conseguenza anche noi, esseri umani, ritrovandoci davanti allo stesso ostacolo mentale, abbiamo approvato. E con piacere anche! Magari per minimizzare il dolore dell’impatto con una superficie tanto netta e liscia (per l’esigenza di separarci da ciò che c’era prima del suo piazzarsidavantianoi) quanto fredda e acuminata (per la cazzimmosa necessità di ricordarci di quanto c’era prima del suo piazzarsidavantianoi e di quanto faremo fatica a trascinarci dietro gli strascichi del passato e le incombenze del presente). Sembra tanto uno di quei tuffi finiti di merda. Quelli finiti con te che entri in acqua di faccia, di pancia, di gambe o peggio ancora di schiena. L’acqua ti picchia. E quando sei in apnea ne senti tutte le conseguenze, accentuate dal fatto che in quel momento ci sei dentro e devi comunque saperti destreggiare, pure intontito e confuso e stupido che quasi piangi.
E quindi settembre ti pesta. Ma così, tanto per. Nulla di grave. Alla fine Rocky Balboa ti avrebbe ridotto peggio! Scherzo. E’ una minchiata.

Quindi mentre combatti devi anche fare qualcos’altro. Come per esempio spianarti la strada, per poter attraversarla al meglio. Prepararti il terreno, per piantare un seme. Molti sono reduci da vittorie e il loro raccolto andrà bene o perlomeno hanno la facoltà di sperarci perchè il loro era un seme particolarmente fertile. Molti, come me, sono reduci da fallimenti. Sono spossati e devastati dalla convinzione (che si radica puntualmente in qualsiasi animo provato) che falliranno a tempo indeterminato. Se fallisci, hai la mente stretta. Non farai spazio a pensieri speranzosi. A futuri positivi. A futuri. Però constatando che di botte ne hai prese, di acido ne hai mandato giù, di calli ne hai fatti potrai avventurarti in un viaggio alla riscoperta di ciò che sei capace di fare. Perchè, confessalo, l’hai dimenticato. Te ne sei scordato completamente. Molto male. Intraprenderai questo trip (niente da fare, la mania della tattica anglosassone non si stacca) e manderai a fanculo (per rabbia e per reazione) tutti quelli che hanno seminato roba vincente arrivando alla conclusione che il seme del fallimento è comunque un seme, ed è fottutamente fertile. Dio se lo è. E’ ricco di soddisfazione futura nel vederlo sbocciare manco fosse erba infestante, malgrado la sua etichetta da “perdente”. Perchè è cadendo che si pianta il seme più promettente: il seme della rinascita. O se è troppo un parolone per te… Il seme del riprovarci! Il seme del valorizziamo le battaglie vinte invece di quelle perse. Il seme del vaffanculo alle intemperie che ne hanno minacciato la crescita. Il seme della gioia sofferta. Che bella è. La si apprezza di più da sofferta, giuro. E’ inconfondibile, ha un sapore deciso ed è nutriente. T’insegna che non esiste una stagione adatta alla semina della vita.
Madonna mia, più che un blog sembra un ricettario alternativo.

“Non voglio più sudare per via del tapis roulant, cazzo.” – dissi a mia sorella. Lei mi guardò esterrefatta.
“Voglio sudare davvero! Voglio sudare che dietro il mio sudore ci sia l’amore per il tentativo. La stanchezza del tentativo. La giustizia del tentativo. Il buco nello stomaco del tentativo. Il fiato corto. Voglio per una volta non avere fiato volontariamente. Voglio decidere di sentirmi quasi soffocare, e ci voglio sudare! E quando crederò di stare per andare via non avrò paura di morire. Avrò voglia di vivere e vivrò.”
E mia sorella mi disse:”Piuttosto che alla morte, attenta al raffreddore! Mamma lo diceva che da sudate si attacca presto.”

Jeans stretti

Hai presente quei jeans? Gettati lì, nell’armadio. Insomma, i tuoi preferiti di sempre, quelli che non cambieresti manco se dovessero strapparti la pelle. Ti sono sempre piaciuti. Lineari, blu e eternamente di moda. L’emblema della semplicità. E, spesso, ti sei piaciuta anche tu, fondamentalmente, dentro quei jeans. Però, spero tu conosca almeno di vista o per sentito dire il tempo. Il tempo passa a trovarti e te lo ritrovi in casa che ti deteriora, ti modifica le abitudini, ti rende pallido e tendente ai rimpianti  e molte volte anche alla pazzia, ti priva delle forze e magari ci si fa anche quattro sane risate su… Giusto per sdrammatizzare. Il tempo fa irruzione. Ovunque. In stile “saccheggi dei Mamertini” o di qualsiasi altra tribù di mercenari sulle cui spalle veniva scaricato il peso della guerra, sotto la cui voglia di sopravvivere e di affermare un minimo di autorità su una parte di mondo venivano occultate le reali cagioni dello scontro. Il tempo ti cambia. E presumibilmente i tuoi jeans preferiti ti staranno stretti. E a quel punto comincerai a complicarti le cose,comincerai a complicarti. Ma mica per sport. Per esigenza. E’ una specie di reazione naturale. Sceglierai altri paia di jeans. Magari fuori moda, magari più sciatti o magari fatti su misura per le tue complicazioni. Ma le tue nuove scelte non faranno in modo che tu smetta di pensare alle certezze che riponevi nei tuoi jeans come a qualcosa di estremamente e oggettivamente rassicurante e rasserenante. Continuerai ad amarli, ad ammirarli. Solo che non ci penserai proprio più a prenderli. Li lascerai restare uguali e coerenti in armadio. Al massimo ti limiterai a scrutarli con la coda dell’occhio e con grande disagio e sensazione di irrisolto mentre ne metti su a fatica un’altro modello.

E’ così anche nella vita. Veneriamo la dea semplicità, la consideriamo un miraggio, una portatrice di benessere, una fonte di inesorabile stabilità. Ma è già troppo per noi esseri umani accettare che ci sia e che non sempre siamo in grado di attingerne positività (praticamente… mai?), figuriamoci come riusciremmo a preferirla alla complessità. 
La semplicità è la strada che vorremmo, ma non ci azzardiamo a imboccare. Abbiamo paura delle fisse dimore. Siamo fondamentalmente nomadi e troviamo nelle complicazioni, in ciò che ci manda in tilt le terminazioni nervose, una sorta di infinito cunicolo in cui crogiolarci aspettando che la nostra fame di avere sempre tutto quello che non vorremmo mai avere ma che puntualmente desideriamo (manco fosse la regolare pizza margherita settimanale)… Si plachi. Si afflosci. Si decomponga e cominci a puzzare. Perchè fin quando profumerà d’inarrivabile e insensato noi continueremo a nutrirci di pane e problemi. Pane e feroci pensieri. Pane e disordine. Pane e mai quello che oggettivamente ha un buon sapore o è salutare. Non mangiamo ciò che ci fa bene. Non facciamo ciò che ci fa bene. La contraddizione ci eccita. 

Sembro molto pessimista ma in realtà sono solo invidiosa di chi riesce a indossare jeans semplici nonostante tutto. Invidiosa di chi ha una vera esigenza dell’essenziale. Di chi è determinato a conquistarsi la fermezza di un attimo. Perchè gli attimi volano solo per i complicati.

Ma anche questa divisione tra complicati e semplici è inesistente. Non esiste nessun complicato. Non esiste nessun semplice. Questa linea di separazione immaginaria non fa altro che fungere da ottima lente d’ingrandimento su quello che non riusciamo a spiegarci e poi in ritardo comprendiamo come fosse l’ABC o le canzoni di Ligabue. 
Esiste solo la volontà di essere qualcosa. Nasci. Capisci. Decidi se vuoi nuotare con la bassa marea o se vuoi nuotare con la marea alta. In entrambi i casi imparerai. Le intemperie, le correnti, i grandi pericoli del mare t’insegneranno. Tanto comunque sei sempre in mare. Alta o bassa marea sei fottuto. Otterrai comunque qualcosa. Noi non lo sappiamo bene, ma da qualsiasi cosa facciamo… Ricaviamo. A volte siamo convinti di non avere nulla in tasca. E poi ci ritroviamo il cuore a straripare.

Conclusione: da oggi vanno solo vestiti e gonne! Anche no. Ma grazie. Grazie del consiglio. Volevo dirti che da oggi per me è di moda la libertà. In tutte le forme. Sentiti libero di essere. Sentiti un animale selvaggio. Sentiti in una foresta. Però sentiti. Ascoltati. E ascolta la tua libertà. Ti chiama da qualsiasi parte del mondo. Fai in modo di trovarti in ogni parte del mondo. Fai in modo di trovarti. E aggiungerei di accettarti: jeans semplice, o jeans paiettato. 

Il bentelan e la via di casa

alterazioni del bilancio idro-elettrolitico come ipokaliemia, alterazioni muscoloscheletriche come osteoporosi, complicazioni dell’apparato gastro intestinale, alterazioni cutanee, alterazioni neurologiche come cefalea, vertigini, iperattività, disturbi del sonno, ansia, depressione, disturbi nel comportamento.

Sono abbastanza certa che ogni individuo su questo pianeta, in un determinato momento della propria vita, si accorga di essere affetto dalla sindrome degli effetti collaterali dovuti all’assunzione di Bentelan. Se ne accorge così, come quando ci si sveglia la notte sudati fradici con la voglia di far pipì a mille e il cuore stanco per tutte le volte che, cadendo in fasi profonde del sonno, ha sognato di cadere nel vuoto. Lo scopre notando i diversi sintomi che gli si manifestano giorno per giorno e si pone delle domande del tipo “Ma che cazzo ho?” oppure “Vorrei tanto sapere che cazzo ho, tu lo sai mà?”. Inizi con una progressiva iperattivitàche dimostra quanta voglia di fare repressa tu riesca a tenere a bada. La voglia di fare repressa, precisiamo, è un leone in gabbia in preda all’istinto di sopravvivenza: quindi se non la nutri, ti mangerà e presumibilmente vivo. Poi si presenteranno disturbi del sonno o addirittura totale assenza di sonno. Sei già un soggetto stanco di natura per tutte le battaglie quotidiane dell’infinita guerra (la vita che per quanto possa essere bella, è na guerra bella e buona) che sei costretto a portare avanti senza possibilità di giungere ad un armistizio… e quindi ti culli nella tua stanchezza, cerchi di giustificarla, di trovarle un ripostiglio nella mente ma non fa altro che alimentare i tuoi pensieri affamati di neuroni ed energia. Ed è proprio qui che ti freghi con le tue mani. Sei entrato nel circolo vizioso, non dormirai mai. Successivamente incontrerai una signora, che probabilmente conosci da una vita, che probabilmente detesti come manco fai con l’ebola, che t’indispettisce tanto quanto quel mal di pancia cattivo nel bel mezzo di un appuntamento importante distogliendoti da ciò che senti e provi e conduncendoti in un pianeta parallelo simile a quello che un fumatore d’erba incallito è solito visitare non appena il THC sale e sale e sale… La signora ansia. Le dai il benvenuto tu con la mano perennemente sudata e la gocciolina di sudore che pende e proprio non si decide a scendere a più di metà fronte. Come se anch’essa avesse un’ansia a sè stante. L’ansia… La accogli, la ascolti, la senti sulla pelle e nel petto, la mandi via con la consapevolezza che tornerà alla carica più forte di prima a strozzarti le parole. La respiri, la espiri con accortenza manco fosse l’ultima sigaretta e le dai un’importanza fondamentale, le concedi una potenza che tu neanche ti sei mai immaginato di avere solo perchè sei sempre stato convinto che, se anche l’avessi trovata dentro te, se la sarebbe mangiata lei e non ti avrebbe chiesto di certo il permesso. Questa signora la odi, ma allo stesso tempo ne parli come fosse un’amica di vecchia data che non ti ha mai abbandonato. E’ stata con te anche nel momento del bisogno. Per concludere la lista delle controindicazioni assembliamo depressione e conseguenti disturbi del comportamento. La depressione è subdola. Si insinua  nei tuoi occhi senza che tu abbia la minima idea di quanto te li cambierà e di cosa ti costringerà a vedere. Non hai il controllo. Puoi solo combatterla convincendoti che è una tua stupida scusa per non affrontare il dolore. Così lei si sentirà presa in giro, si sentirà presa per ciò che pensa di non essere e l’abbandonerai. Si, non sarà lei ad andare via. Sei tu l’ospite nonostante tu pensi che sia stata lei a farti visita. Ben presto scoprirai di averla chiamata e da buona Ursula de La Sirenetta ha nutrito ogni tua debolezza e insicurezza divorandoti e mandandoti in cancrena tutto ciò che di buono avevi.

Tutti piccoli ostacoli che se superati da soli e separatamente danno anche un grande senso di fierezza, di salvezza alla fine della fiera. Il problema è che perdi tempo, perdi tempo a risolvere, perdi tempo a risolverti, perdi. Perdi la via di casa. Trovi la via della cura al tuo male, perdi la via di casa.

Casa sei tu e i tuoi sogni. Casa sei tu e i tuoi bisogni. Casa sei tu e la sincerità di chi andava cercando di notte in vicoletti bui la tua felicità dispersa, perchè la notte fa più luce di quanto tu creda, illumina più del giorno. Casa sei tu e gli sguardi che non incrociavi da tempo. Casa sei tu e gioie che temevi non avresti più provato. Casa sei tu e il coraggio di tornarci, da te.

Una volta tornato a casa sei fermamente convinto che nessuno più ti strapperà via dal tuo luogo. Ancora una volta ti sbagli. Dovrai lottare per tenerti stretto l’agognato giaciglio. Come un guerriero. Come Mulan! 

Posso rassicurarti però, dicendoti che se lotti per la tua casa ti sentirai comunque a casa. Percepirai l’odore del tuo ideale, l’odore del terreno in cui hai seminato con tanta cura la tua forza sperando che un giorno possa germogliare in vittoria, l’odore della tua fatica che col tempo hai imparato ad ammirare. E si spera anche ad insegnare. Insegnare che è bello faticare inculca la cultura della soddisfazione e del non perdersi d’animo.

PS. Visto da questa positiva angolazione, il bentelan non è poi tutta sta merda.

La ragazza che sapeva arrossire

E’ inutile. Tutto inutile. Tutte le strategie che hai elaborato con impegno e costanza in previsione di situazioni simili non funzionano. Cioè, a dirla tutta, non le ricordi neanche. I tuoi pensieri si sono azzerati, la mente è empty (solita strategia dell’englishyeahbabe). Fluttuano e brillano tante piume colorate che fanno da scenario a quell’istantaneo vuoto creatosi nel tuo cervello dopo aver udito un “No, davvero. Sei bella. Ma bella da morire. Bella che se potessi ti bacerei all’istante. Solo che non posso, ahimè. Anche perchè di sicuro non mi stai manco più ascoltando da quando ti ho detto che sei bella. Di sicuro mo sei tutta impegnata ad arrossire e a trovare un espediente per evitare che io noti l’estremo rossore che Dio ti ha dipinto in modo perfetto sulle guance, quasi fosse un regalo. Ma tu non sai apprezzarlo. Sei braccata dall’imbarazzo. Ti neghi alla naturalezza, ti impedisci di farti notare da me mentre brilli… tappezzata d’un manto di diamanti rossi sulle tue gote paffute. Ma tu non sai. Tu sei assolutamente all’oscuro del fatto che più ti negherai più arrossirai. Andare contro il normale corso emozionale vuol dire comprimerti. Più ti comprimerai più sarai quella che non vorresti essere e finirai con l’abituarti all’idea che, specchiandoti, ti vedrai ma non ti guarderai. E comunque ti sto fissando e ti fisserò per molto altro tempo. Ti fisserò perchè sono fermamente convinto che sarai bella per molto altro tempo. E ciò vuol dire che per tutto il tempo in cui rimarrai bella, arrossirai. Penso che le persone si innamorino di questo. Di questo e basta.”

Ho visto cose straordinarie. Ho visto una ragazza nel preciso istante in cui le si annebbiava la vista e perdeva il senso dell’orientamento perchè aveva una fottuta paura di arrossire. E’ fantastico. Ho visto anche una ragazza che si copriva la faccia nascondendo un sorriso palesemente comparso per contrazione di nervi e fibrillazione di circuiti nervosi. Meraviglioso. 
Ho visto una ragazza che aveva davanti agli occhi una muraglia di ghiaccio. Il tempo, l’epoca e gli status symbol le avevano imposto di essere una che piace e si fa notare senza farsi percepire. Ah, l’avevano anche privata della facoltà di arrossire. Mi sono sentita male.

E’ come se andare in giro protette da una patina anti-naturalezza fosse l’obbligo. La patina anti-naturalezza è come la tua borsa preferita. Usciresti senza? Ovvio che no. Vorrei che la vera te fosse la tua cosa preferita in generale. Così ti domanderei “Usciresti senza?” e tu risponderesti “Ovvio che no.” Ma materializzare l’andamento, il normale scorrere (come un fiume senza argini) del tuo essere privo di costrizioni, immune da influenze esterne e colmo di quello che in realtà ti costituisce vorrebbe dire trasformare l’astratto in concreto. Ma perchè ti fa paura quello che sei? Perchè non riesco a vederlo, è astratto. Allora il problema si fa più serio, cara. Sappi che non vedrai mai ciò che sei fin quando non lo percepirai.

Io so ancora arrossire. Per carità non mi viene tanto facile: sono comunque il frutto di un mondo freddo di sentimenti. E in un mondo freddo di sentimenti le guance non si riscaldano, il cuore non si riscalda. 
Rimanere impassibile di fronte a qualcuno che si esprime, che si espone, che ti ama, che ti trova bella, che ti trova un cesso, che ti chiede di uscire, che ti chiede di guardare un film a casa sua, che ti chiede di andare a letto, che ti fa sentire strabene, che ti fa sentire di merda, che ti fa sentire qualcosa e basta all’altezza del petto, proprio lì dove pensi che la granata sia pronta ad esplodere da un momento all’altro… vuol dire anche un pò difendersi. Ma da chi? Da quel qualcuno o dal mondo? 
La mia risposta è: dal mondo. E’ crudele, è spietato. Ti convince che per essere quello che vuoi essere (felice, triste, brutto, bello, inutile, utile, fantastico, orripilante, acqua, fuoco, merda, luce, dio, angelo, demone) non devi essere ciò che sei. 
Ma io non ci casco. Sappi carissimo mondo, che mi fai tutto. Ma non mi fai paura. Non smetterò di scrivere perchè tu dici che bisogna comprare un determinato vestitino inguinale o bisogna occuparsi di un beagle a tempo pieno o bisogna bere tanta acqua altrimenti muori domani. E non smetterò manco di arrossire. Non voglio assolutamente perdere quello che tutti gli altri hanno perso, io mi conservo le emozioni. Ne faccio anche un backup, così, per essere alla pari con l’era della tecnologia. Me le tengo belle strette e le sventolo ai quattro venti quando le sento belle consistenti e forti che vogliono urlare e forti che vogliono uscire fuori. Alla faccia di tutte quelle che sventolano solo le tette, o di chi sventola la propria indifferenza nei confronti della sua mamma (o addirittura di se stesso), o di chi non sventola proprio un bel cazzo. Alla faccia vostra. Io so provare. Io so che saper provare qualcosa è sapienza.

 

“Poi lui le parlò di quanto gli piacesse stare ore a parlare con lei. Lei fu intelligente e arrossì. L’amore stava in quel facciale rossore, l’amore era quel facciale rossore. E lei non aveva paura di arrossire. E lei non aveva paura dell’amore.”

 

Fidarsi

E’ un grande salto nel vuoto.

Io però non ne ho mai avuto paura. Ho amato, ho nutrito affetto, ho compiuto grandi passi, ho affrontato difficoltà, sono meglio di ieri perchè mi sono fidata. Adoro fidarmi perchè adoro spalancare le finestre della mia anima e far entrare aria nuova. Perchè se mi fido mi sento umana e viva e superstite. Sono sopravvissuta a me stessa. E di conseguenza mi fido di me stessa perchè lottando contro me, ho capito cosa mi fa male e quali dolori sono in grado di sopportare. Comunque sappi che il primo passo per fidarti degli altri è fidarti di te. *musichetta del luogo comune*

Mi è stato distrutto il cuore. Tipiche stronzate adolescenziali che però l’animo tende a ingrandire per meccanismo di difesa. Un pò come i pesci palla .
Ma io mi conosco! So che per quanto possa non valerne la pena di strapparsi i capelli dalla testa, questa batosta mi ha presa in pieno come una balla di fieno fatta rotolare contro di me, di proposito. Non ce l’ho con la vita! Il “di proposito” è un riflesso. Sono incazzata e quindi ho bisogno di dichiarare che qualcuno ha una colpa, ma non sono io. Io sono solo la vittima degli eventi. E invece non è così. Per chi si stesse illudendo come me, cambi impostazione mentale.
Noi siamo responsabili quanto i nostri aguzzini del male che ci causano. Perchè in un modo o nell’altro gli permettiamo deliberatamente di farci male, anche solo amando. Se ami l’altro lo sa e usa il tuo sentimento contro di te, quando è intenzionato a incularti. Ci sono stati giorni in cui la mia volontà di non esistere era di gran lunga più forte di quella del nutrirmi (e io amo nutrirmi, eh, precisiamo), giorni in cui pensavo di valere molto meno di quanto mia madre mi ha insegnato a valere, giorni in cui, nonostante il tempo mi fosse scivolato via dalle mani con molta nonchalance e disinvoltura (quasi volesse farmi credere che in realtà era ancora fermo ad aspettare che compissi io un primo passo verso la mia presunta “meta di rinascita”) il passato… Era molto più presente del presente stesso. E lì ho avuto seriamente paura. Paura di rimanere bloccata. E non bloccata in quella vecchia situazione/relazione amorosa che mi sarei dovuta buttare grandemente alle spalle evitando che diventasse una specie di filtro attraverso il quale guardavo la realtà, ma in un circolo vizioso di modi di pensare e atteggiamenti dei quali mi sono sapientemente rivestita, coperta fino agli occhi. Era comodissimo. Posizione perfetta per chi non avrebbe mai avuto intenzione di avanzare, tantomeno indietreggiare. E’ facile avere gli occhi chiusi, dormire ore e ore in una stanza buia che poi altro non è che il tuo guscio . Il problema si presenta quando li apri e il vento ha spalancato le finestre e ha fatto entrare luce. Farà male. La vita lo sa benissimo. Anzi, probabilmente l’ha fatto con l’unico scopo di allenarti ad aprire gli occhi e sopportare il sole. Perchè quando sei al buio sempre, ti fa schifo il sole. E al diavolo tutti quelli che lo adorano, ti dici. Fa cagare, ti dici. Ti fa cagare solo perchè non sei abbastanza tenace da accettare che la realtà (post precedente… sta realtà sta sempre fra i piedi) non si adatta ai tuoi bui. Sei tu che devi adattarti alle sue luci. Poi farai tantissima fatica a fidarti di nuovo.

Io no. Io amo fidarmi. Ancora di più quando cercano di convincermi che rifarlo sarebbe rischioso. Amo concedere la mia fiducia alle persone perchè io sono io, e ho bisogno di dartela e tu sei tu e hai il diritto di prendertela e farne quello che vuoi. Se la tratterai male, beh, pazienza. La fiducia graffiata è ottima. E’ resistente. E attirerà la gente che sa come prendersene cura.