Sailing down the river alone

large (4)

Ho fatto tutto da sola da quando ho capito che il peso di me stessa non posso lasciarlo sostenere a nessuno. Il tempo mi ha screpolato le mani come faceva quel sapone poco rispettoso del pH della mia pelle. E’ stato severo, ingiusto, arido e sfacciato. Spesso ho pensato di dover necessariamente mandare tutti i frutti degli sforzi in fumo per indurlo a rallentare e ad essere più clemente ma non mi ha cagata di striscio. Alla fine sono sempre qua, con tutti i pezzi di carta che ho stracciato. Ho preso fogli nuovi. Tutti bianchi. Ancora.

Ho provato a scrivere più e più volte. Ho cambiato fogli, penne, occhiali, personalità, colore dei capelli, giudizio. Non sono mai riuscita a scrivere una parola. Ora è diverso solo perchè mi sento più coraggiosa e più pronta ad affrontare il fatto che non sempre riesco ad essere chiara a me stessa. Mi ha dato fastidio che il fiume io l’abbia dovuto percorrere da sola, che io abbia dovuto assorbire tutta l’umidità delle intemperie e respirare un’aria che non mi apparteneva con l’aspirazione a volerla nei polmoni per sempre e con la consapevolezza di dover smaltirla durante il viaggio verso casa. Sembro un fottuto meteorologo.
E’ stato difficile svegliarmi e allacciarmi le scarpe la mattina per circa un mesetto. Ho avvertito quella sensazione di spossatezza tipica di chi è depresso e/o stanco di correre. Io non ho corso mai, però. Ho sempre e solo avuto la sensazione di stare correndo e ho fatto in modo che tutti gli altri lo percepissero e avessero tipo… pietà di me.
Il modo in cui sono arrabbiata con me stessa non può essere descritto. Ho lasciato che tutto mi capitasse, ho dato il permesso a chiunque di toccarmi, non mi sono protetta più. L’illusione che io stessi correndo mi faceva sentire intoccabile ma alla fine tutti mi hanno sfiorata e io ho innalzato il mio stupido trofeo senza un reale motivo e senza che neanche mi fosse dovuto. Il mio trofeo è la convinzione.

Quando sono in macchina con mia madre metto sempre in play la stessa canzone: Listen Up degli Oasis. Non lo faccio mica per me! Lo faccio per lei, perchè spero sempre che possa parlarle al posto mio di me e dei miei sogni, delle mie ambizioni, di quello che vorrei fare per me e per la mia maturità. Lo faccio perchè quando il tizio comincia a cantare sembra che abbia il mio cuore al posto del suo e quindi i suoi battiti e la loro velocità sono uguali ai miei. Ha gli stessi brividi che ho io quando sente la speranza che qualcun altro legga se stesso tra le righe della sua canzone espandersi nel petto, secondo me. Tanto i brividi non cambiano mai. Anche nel 1994 erano così, forse.
La gente non mi ascolta più da circa 3 anni. Parlo da sola, parlo a me stessa. Tutto quello che penso è compresso e  diventa un groviglio che non riesco a trasformare nemmeno in parole. E quindi non scrivo più.
Quando sono in macchina con papà, invece, metto in play solo le canzoni anni 70/80 che piacciono  a lui. Non lo faccio mica per lui, però! Lo faccio per me. Sembra che ascoltandole io mi convinca di avere l’età di mio padre e le sue spalle larghe e mi sento meglio. Mi sento più vicina alla pace. Dei miei anni ne parlano tutti male. Dicono che siamo in guerra e che la generazione è bloccata e mentalmente sterile. E allora io che ne faccio parte mi sento in dovere di distaccarmene almeno per 10 minuti. Bastano e avanzano perchè, da masochista quale sono, voglio subito tornare a farmi mancare gli anni che non ho mai vissuto.
Dato che nessuno prova più niente di concreto e fondamentalmente neanche io, mi diverto a ricevere i duri colpi dell’impossibilità di riprodurre realtà passate. A cosa mi sono ridotta?

Quando sono in macchina da sola io la musica la metto comunque perchè dato che al casino che ho nel cervello non potrò mai dare un ordine, ne approfitto per disordinarlo ancora di più. Tanto il disordine un senso ce l’ha. Mi piace tipo ascoltare cose che credo e spero di aver già ascoltato prima di nascere perchè mi portano ricordi di posti che credo e spero di aver già visitato prima di nascere. Insomma di questo presente mi piace solo il fatto che vivo, la modalità la detesto. Il difetto delle persone come me è quello di crogiolarsi nella staticità delle situazioni. Il pregio è quello di riuscire ancora a provare paura di rimanere fermi per sempre. Per questo ho una playlist infinita.

Credo che la cosa che ami di più al mondo sia suonare la chitarra all’aperto. Non ho mai paura di nulla quando lo faccio. Non ho paura neanche delle api durante le giornate calde!
E sembra che io voglia spontaneamente che il sole mi illumini o che la pioggia mi bagni senza pensare alle conseguenze. Un pò come quando amo. Io mi inchino alla potenza del mondo, io non sono onnipotente. Io sono ancora una che vive.

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Maturità 

Rieccomi. Riecco anche le solite parole a valanghe che mi assalgono di notte mentre ascolto le solite canzoni, quelle che mi impongo ogni qualvolta prendo la decisione di tirar fuori macigni. Io non sono il pungolo di me stessa. Me ne dispiaccio molto ma, rifacendomi alla teoria di qualche epicureo random, credo fermamente che le canzoni diffondano flussi di atomi che mi raggiungono e mi convincono a non far tacere l’anima. Precisiamo: non stimolo la mia anima ad una qualche strana interazione con me stessa, la invito solo a non restare in bilico tra un brivido e una fitta. La prego di darmi indicazioni e spesso le ottengo sotto mentite spoglie quali voglia di vivere, malessere interiore, voglia di costruire, insoddisfazione, voglia di scrivere. Quest’ultima è l’indicazione non taciuta che questo sottile e vellutato strato interno di vita (non so chi lo chiamava soffio vitale, e chiamava così anche Dio…) preferisce concedermi. E così non taccio neanche io, mi prende la voglia di bruciare nei miei pensieri e di consumare fogli di carta su cui ho scritto parole che non riuscirò a rileggere. La paura di me stessa è incontrollabile. Sono tante le cose che potrei fare e i muri che potrei abbattere eppure trovo l’arrendevolezza un’arte gradevole. La stessa scrittura la indentifico con l’arrendevolezza. Se sto parlando di me, mi sto sicuramente arrendendo a cosa provo. Se sto parlando di te, mi sto sicuramente arrendendo a ciò che mi fai provare. Ma in ogni caso non sono pigra, sto comunque affrontando. Sto affrontando i miei pensieri, cadono liberamente e li raccolgo come se non fossero più miei nel momento del distacco dalla mente.  Arrendersi non è facile come tutti credono. Non vuol dire per forza ‘abbandonare la guerra’. Può anche significare ‘continuare a lottare senza far baldoria’. E quindi è così che noi non leggiamo ad alta voce. Rispettiamo gli autori di libri, gli amministratori di un blog, i giornalisti del ‘Mattino’. Ci sono consentite solo espressioni facciali o opinioni post-lettura. 

L’estate diventa difficile quando non sei più una bambina, inoltre. E non solo non sei più una bambina ma non sei neanche una donna. E quindi diventa difficile tutta la vita, in attesa di essere qualcosa di certo, qualcosa di definibile. Credo che la stagione calda sia sempre stata un rifugio per me, ma solo nella mia mente. Ho ancora in testa le trombette per la vittoria dell’Italia nel 2006. Risuonano nel mio petto come dei sussulti d’altra natura. E li sento in lontananza come se non le avessi mai ascoltate prima. Il ricordo della felicità può essere davvero cattivo con gli esseri umani. Può fargli pesare il fatto che non si ripeterà più, un tipo di felicità simile, ma solo una qualche copia differente e distaccata, fredda. E quando ti volti indietro, poi, ti sembra di cadere e di ritrovare la tua aria familiare che non percepirai mai tranne che in quel breve istante in cui precipiti. Precipitare diventa un hobby quando la tua realtà ti fa rabbrividire. Ti fa rabbrividire non tanto perchè fa cagare ma perchè è diversa da come ti aspettavi. Quando ho cominciato a capire che nulla rimane uguale al 2006, ho percepito d’essere cresciuta. Nulla mi ha fatto mai così male, neanche la mia prima cotta alle medie, neanche il rifiuto di un vero amore. Passa una musica in radio e pensi di essere tornata indietro. Poi ti guardi le mani e ti sfiori le gambe, e ti sfiori il cuore. Fissi un cielo che non ti conosce. Scopri che esiste un’amore anche verso te stessa e che a fartelo notare non sei stata altro che tu. Fanculo al cielo, io lo conosco, invece: porta il mio nome e un mio pezzo di cuore. Se ho scritto cose sconnesse, chiedo un perdono speciale che solo una persona stregata dalla vita mi può dare. Io mi sono perdonata. 

 

Parlo di me

Questa canzone mi descrive. (Intesa come la intendo io). I’m outta time. Da sempre. Sono arrivata troppo tardi, mi sono persa gli anni del luccichio negli occhi. Gli anni del riconoscere in altri occhi quello stesso luminoso scintillio. Non sono mai stata parte di un ‘qualcosa’. Sono sempre stata parte solo di me, i miei pezzi combaciano con me stessa e basta. Io: un piccolo puzzle a sè stante, un flebile sussurrare di speranze rotte nel groviglio della gola in mezzo a sconsiderate e inutili grida d’odio per il presente.

Peggio del perdersi in se stessi, c’è solo il ritrovarsi nel passato.

Fenice

dita nella ferita più esposta
accorgerti che l’hai solo nascosta
accorgerti che non è ancora sfiorita
che la passione morta è una sorta di vita
e il sospiro dimesso ma molesto di un’altra bella fatica

fammi sempre inspirare sgomento,
con l’ostinazione di quando so che ogni attimo è il mio momento 
e sappi che vivere non è mai stato il mio intento
ma da sempre il mio più grande talento